Un clero dal volto umano, quello che emerge dietro l’indagine condotta dal settimanale L’Araldo sul campione di sacerdoti della Diocesi che si sono lasciati mettere in discussione dalle domande, dirette e proprio per questo provocatorie, per gettare sulla loro vita uno sguardo lucido e onesto. Ed è già questo un primo dato molto interessante. Anche se sembra un paradosso, infatti, il prete, normalmente abituato a entrare con delicatezza e discrezione nella vita degli altri, fa molta fatica a mettere la propria esperienza sotto la luce della riflessione personale.
TEMI TACIUTI Forse lo fa nella preghiera, attraverso la lente della Parola o il confronto con le vite di alcune figure, ritenute dei maestri. Ma il personale e profondo sentiero dell’umano sul quale si dipana il cammino ministeriale, resta sempre difficile da esplorare e incontra una resistenza che spesso non si riesce a superare. Temi poi come l’amicizia, la stanchezza, la solitudine appartengono proprio a quest’area nella quale si teme di uscire troppo dal ruolo (inteso nel senso più alto e più pulito del termine), indugiando su aspetti che sono secondari rispetto alla missione della quale si depositari.
FATICA DI FRATELLI Scoprire quindi sacerdoti che vivono il ministero non solo nella bellezza dell’entusiasmo ma anche nel peso che la quotidianità richiede e che sentono il bisogno di associarsi a confratelli per portarlo insieme, appare come una dimostrazione palpabile di quella fiducia che il Signore ha dimostrato, consegnando la sua Chiesa a mani umane con tutto il loro carico di fragilità e di necessità. Si può leggere in questa ottica anche il rapporto con i superiori, spesso conflittuale o la metamorfosi delle motivazioni che sostengono la vita presbiterale. Chiamati ad assumere volti nuovi in una società che cambia senza perdere la propria identità, ci si scopre ostinatamente “preti” e al tempo stesso conflittualmente “fratelli”,
in una società che legge l’autorità e le grandi scelte di vita con certezze ed approcci meno granitici rispetto al passato, ma non per questo meno veri.
L’ACCOGLIENZA Un’indagine insomma che mette in luce il bisogno che gli “esperti della parola e dell’ascolto” hanno di essere a loro volta ascoltati ed accolti da parole che non giudicano, ma che offrono una guida e una compagnia nel cammino. Sembra quasi di rivedere l’atteggiamento dei due verso Emmaus, che dalle strade della delusione e della rinuncia, con le spalle cariche delle loro fatiche e delle loro incertezze, trovano nell’ascolto prima ancora che nell’esegesi della Scrittura e nello spezzare del pane la possibilità di riprendere un cammino abbandonato, di ritrovare forza per passi divenuti troppo stanchi. Certo ci vorranno Parola ed Eucaristia per ritrovare il Risorto e riaccogliere in Lui la bellezza di una chiamata, tuttavia in quell’uomo misterioso che cammina con loro e che ascolta la loro vita brillano già le luci di quelle fiaccole che dalla fuga li riporteranno al cenacolo, alla chiesa, alla loro missione. È il miracolo di un’umanità che si sente tale e viene accolta come tale. Un miracolo che si può compiere anche tra le righe di un giornale, attraverso un questionario che toglie un velo per rendere il volto più capace di accogliere e di vedere la luce.
don Carlo Cattaneo



