Sacerdoti / Un equilibrio delicato tra crescita e fragilità

La solitudine come spazio di crescita, ma anche come possibile fragilità. È un equilibrio delicato quello che emerge dall’indagine condotta tra i sacerdoti della diocesi di Vigevano, analizzata dalla psicologa clinica e psicoterapeuta Mariacristina Migliardi. Un quadro che, pur restituendo in molti casi una buona qualità della vita, non nasconde alcune criticità che i dati rivelano.

Mariacristina Migliardi
Mariacristina Migliardi

FORMAZIONE Essere sacerdote non è solo una scelta spirituale, ma un impegno totalizzante, «una missione che occupa la persona ventiquattr’ore su ventiquattro». Non a caso, «diversi studi indicano che lungo questo percorso possono emergere difficoltà legate proprio alla natura della vocazione». Un ruolo che porta con sé una responsabilità profonda, ovvero offrire sostegno agli altri. Ma chi sostiene invece coloro che sono una guida? «È importante favorire fin dalla formazione un percorso di crescita personale – sottolinea Migliardi – che aiuti il seminarista a entrare in contatto con il proprio mondo interiore, riconoscendo bisogni ed emozioni». Non si tratta necessariamente di ricorrere sempre a uno psicologo, ma di sviluppare strumenti interiori adeguati.

SOFFERENZA Eppure, i dati raccolti evidenziano una lacuna: solo una minoranza, il 7.1% dichiara di aver ricevuto una formazione alla vulnerabilità, specifica su questi aspetti. «Questo può contribuire a spiegare alcune situazioni di sofferenza o anche il calo delle vocazioni» osserva la psicologa. Il rischio, senza strumenti adeguati, è quello di sentirsi sopraffatti dalle richieste. «Si possono sviluppare livelli di stress importanti o, nei casi più seri, forme depressive, dovute alla continua ricerca di aiuto senza poi di fatto sintonizzarsi con le proprie esigenze e con i propri bisogni». E la solitudine si rivela quindi un’arma a doppio taglio, che da un lato può favorire profondità e consapevolezza

permettendo un contatto autentico con sé stessi e generando una forza interiore significativa». Dall’altro, se non sostenuta, può trasformarsi in peso «ed essere vissuta come qualcosa di insopportabile.

BASI E qui entra in gioco una chiave di lettura direttamente dalla psicoanalisi. Migliardi richiama il pensiero di Donald Winnicott, importante pediatra e psicoanalista britannico, che ha sottolineato il valore della capacità di stare soli. «Non è un dono innato, ma si costruisce nelle prime relazioni, a partire dal rapporto con la madre. La mamma ha infatti un ruolo determinante perché permette al bambino di sentirsi al sicuro in un ambiente protetto e di porre le basi per la sua individualità e per la sua identità». Una strada spianata verso un processo per l’autonomia «attraverso cui si impara a stare da soli senza averne paura». Ed è proprio in quell’esperienza primaria che si gettano le basi per una solitudine “sana”, capace di nutrire e non di ferire. «Impariamo a stare soli dopo essere stati bene con qualcuno — un principio che vale per tutti, sacerdoti compresi e per questo, conclude la psicologa e psicoterapeuta — è fondamentale accompagnare chi intraprende questo cammino, perché possa vivere la propria vocazione non come un peso, ma come una possibilità autentica di realizzazione».

Rossana Zorzato

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