Sport / L’importanza di essere educatore 

Dialogo, comunicazione e esperimenti che prevedono la possibilità di indossare i panni dell’allenatore. Consentire a genitori, ma anche a dirigenti e presidenti di società di calcio di capire quanto è difficile non tanto trovare una tattica per far vincere la propria squadra, quanto rappresentare un modello educativo, una guida per i propri giocatori.

TUTTI ALLENATORI Questo esperimento Daniele Tacchini, allenatore vigevanese, attualmente coordinatore sportivo del Csi Milano lo ha proposto negli Stati Uniti, ha visto che funziona e non sarebbe contrario a portarlo anche in Italia: «Quest’estate – racconta – quando collaboravo con società del territorio, ho sperimentato un percorso educativo che consentiva ai genitori dei bambini di stare in panchina e di seguire gli allenamenti dei loro bambini. Spesso non ci rendiamo conto di quanto sia difficile allenare e allo stesso tempo ci dimentichiamo che gli allenatori sono in primis dei professionisti che cercano di svolgere al meglio il loro lavoro.

Non è affatto scontato essere capaci sia di formare dei giocatori tecnicamente validi sia di educare gli stessi ragazzi al rispetto per il prossimo.

Devo dire che questo esperimento ha dato buonissimi risultati, ma al contempo ammetto che in tanti anni negli Usa non ho mai visto un genitore contestare un allenatore: quella è una nazione in cui l’esperienza di un professionista, che sia un allenatore, un medico, un preparatore, non viene mai messa in discussione da nessuno».

NON È GUERRA Una concezione di calcio e sport in senso largo che Tacchini considera lontana anni luce da quella a cui spesso si assiste «in Italia. Siamo ancora fermi a quando qualcuno sosteneva che consideriamo le partite di calcio come se fossero guerre e le guerre come se fossero partite di calcio – Churchill, ndr – Sono favorevole al tifo inteso come qualcosa di passionale, ma non deve superare i confini dell’educazione e del rispetto. Allo stesso tempo sostengo che gli allenatori debbano in primis puntare a giocare per la crescita umana e sportiva dei bambini. Per riuscire a fare tutto questo però è necessario in primis cambiare un sistema che antepone i risultati, le sole vittorie, a tutto il resto. Fino a quando il sistema sarà incentrato solo sul risultato e quei pochi che provano a cambiarlo rimarranno dei casi isolati, è certo che non andremo da nessuna parte».

ESEMPIO AREZZO Il cambiamento però è possibile. Ad Arezzo durante una partita di Giovanissimi sono piovute offese nei confronti del direttore di gara, un ragazzo di 15 anni che poteva essere figlio dei dirigenti presenti in campo e degli spettatori sugli spalti. Qualcuno, l’allenatore della Fortis Arezzo, ha detto no e ha deciso di ritirare la squadra: «Questo – evidenzia Tacchini – è un gesto che deve diventare la normalità quando si verificano episodi che non hanno nulla a che vedere con lo sport “sano”. Ognuno di noi, allenatori, dirigenti e genitori, può fare la propria parte. Come Csi Milano organizziamo spesso serate informative rivolte a genitori e dirigenti, promuoviamo corsi di aggiornamento per gli allenatori. Usiamo tutti i canali a nostra disposizione per trasmettere la cultura sportiva, ma dall’altra parte ci deve essere qualcuno disposto a riceverla».

Edoardo Varese

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