Recuperare luoghi abbandonati non significa soltanto ristrutturarli. A volte basta entrare in quegli spazi, riportarli all’attenzione della comunità, attribuire loro un nuovo senso. È questa la filosofia che guida l’associazione forlivese Spazi indecisi, nata nel 2011 da un’intuizione che unisce memoria, creatività e cittadinanza attiva. Un esempio virtuoso che può dare la spinta per la rigenerazione, anche solo simbolica, degli spazi vuoti di Vigevano e della Lomellina.

NUOVI INIZI «Siamo partiti con una mappatura partecipata degli spazi in abbandono del territorio romagnolo – racconta Francesco Tortori – raccogliendo foto, video e testimonianze. Poi abbiamo iniziato a portarci dentro i cittadini, in sicurezza, organizzando percorsi di visita e piccole performance artistiche. L’arte e la creatività sono state il nostro attivatore di ricordi e di futuro». Il primo evento, Cicli Indecisi, è stato una pedalata tra i luoghi dismessi di Forlì. «La città discuteva del loro futuro, ma restava ferma. Abbiamo ribaltato l’approccio, mostrando che si può fare qualcosa di leggero e immediato. L’arte e la cultura hanno questa capacità, ovvero operare a basso costo, ma con grande forza simbolica». A Vigevano un tentativo in questa direzione lo stanno facendo Acli, Rete Cultura, parrocchia di San Giuseppe al Cascame per la Cascami Seta. Spazi Indecisi dimostra che la via è percorribile, il progetto si è evoluto, fino a diventare una vera e propria rete diffusa. Con In Loco, Spazi indecisi ha scelto e collegato circa settanta luoghi del territorio, trasformandoli in itinerari tematici. «Ci interessava raccontare aspetti culturali e identitari della Romagna attraverso ciò che non c’è più. Penso ai borghi abbandonati dell’Appennino, alle fabbriche chiuse, agli edifici legati al fascismo. Ogni itinerario è uno sguardo sull’evoluzione del territorio, tra urbanizzazione, cambiamenti sociali e scelte politiche».
BENE SOCIALE La riflessione non è soltanto architettonica o storica, ma anche sociale. «Non possiamo salvare tutto, non ci sono le energie né le risorse, ma la domanda è “cosa scegliamo di portare nel futuro e perché lo consideriamo patrimonio?”». Una scelta che non spetta solo alle istituzioni, ma parte anche dalle stesse comunità. «Alcuni luoghi che abbiamo mappato oggi sono stati recuperati grazie a progetti di gestione dal basso, che hanno dato il buon esempio anche alle amministrazioni». E non mancano esempi concreti. L’associazione sta per riaprire al pubblico l’ex zuccherificio Eridania, visitabile al pubblico dopo decine di anni.
Sono pratiche leggere – spiega Tortori – che però posizionano quei luoghi come patrimonio. Perché un bene culturale non è tale solo per legge, ma perché le persone lo riconoscono come tale.
DIFFERENZA E le amministrazioni? «Dipende. Fortunatamente le persone fanno la differenza anche dall’altra parte. Mostrare risultati concreti, portare migliaia di cittadini a visitare luoghi dimenticati, dimostra che si può pensare a percorsi diversi da grandi progetti da milioni di euro». Perché l’abbandono non è per forza un problema, purché diventi una scelta consapevole. «A volte basta conservare la memoria, altre volte si può creare un museo leggero, raccogliere testimonianze, organizzare eventi. Non c’è un solo modo per rigenerare – conclude – il ventaglio di possibilità è ampio e l’esperienza ci dice che non servono per forza milioni di euro per restituire senso a un luogo».
Rossana Zorzato


