«Credete nella vita, la vita sa ricompensare». E’ uno degli “ammonimenti” di Gino Cecchettin al termine della memorabile serata al teatro Cagnoni, appuntamento successivo a quello mattutino, con le scuole. L’happening serale di mercoledì sera era rivolto alla città, e la città ha risposto, riempiendo il teatro Cagnoni fino all’ultimo posto e qualcosa in più. Nell’incontro il pubblico ha vissuto momenti sospesi, istruttivi, emozionanti, caricanti assieme a Gino Cecchettin. Con lui, sul palco Nicla Spezzati, presidente del Centro Antiviolenza Kore. Ad aprire la serata il sindaco Andrea Ceffa, l’assessore Nunzia Alessandrino, la dirigente di Asst Antonella Zucchella, il dottor Toti.

IN DIALOGO Poi Cecchettin ha iniziato «io porto la mia esperienza, quello che ho sentito: non sono un formatore, sono papà Gino». “Grazie per venire a parlare a scuola di questi argomenti altrimenti non sapremmo con chi farlo”: il messaggio di uno dei biglietti letti contenuti in una grande boule di vetro. «Invece si può fare, possono farlo i genitori – ha subito risposto Cecchettin – occorre tornare a dialogare: ci sentiamo ma non ci ascoltiamo. Nelle famiglie dove c’è la violenza regna il distacco, non si parla, quando non ci si parla nascono i preconcetti, i pregiudizi, ci si chiude sempre di più e ci si perde». Giulia lo chiamava ‘papino’, con questo diminutivo-vezzeggiativo «aveva il potere di mettermi serenità: tornavo a casa stanco, stressato, lei con un ‘ciao papino’ cambiava la serata, poi, facevamo cose assieme: in quei momenti si avverte che la vita si allarga, che può cambiare in un attimo, si sente l’importanza di lasciare andare, di vivere davvero il momento, di entrarci dentro». Come ha superato il dolore? «Non l’ho superato – ha detto Gino Cecchettin – ma il dolore mi mette in collegamento con Giulia, in quei momenti la sento vicina più che mai.
Parliamo di Giulia io con Elena e Davide, di tante cose fatte con lei e con mia moglie, ridiamo, ridiamo tanto, e non la ricordiamo perché ci manca ma siamo felici perché l’abbiamo avuta.
TEMPO Quante volte pensiamo alla vita piena? «Dovremmo soffermarci a pensare a come usiamo il tempo della nostra vita – ha sottolineato Cecchettin – io ho più sogni adesso di quando avevo vent’anni: quante volte ci perdiamo dentro agli stereotipi e non viviamo, davvero la nostra vita. Ho una nuova compagna, una donna che mi sta facendo crescere: è un dono di Giulia, sicuramente». Ancora sul tempo perso «non credo che bloccare l’uso del cellulare serva, occorre rendere consce le persone dello strumento che hanno: i social possono anche essere un bene: quando Giulia è sparita dopo due ore tutti la cercavano. Per mettere dei punti fermi all’uso dei social serve la cultura, se siamo dipendenti da essi ci dobbiamo disintossicare, come si fa con le ‘tossicodipendenze’. Disintossicarsi significa dedicare mezz’ora ai social, poi cercare pagine che ci danno valore, che ci educano, significa fare una passeggiata, una corsa, qualcosa che ci colleghi a noi stessi». Se «eliminassimo i pregiudizi ed empatizzassimo di più con le persone scopriremmo delle cose che sicuramente ci riempirebbero di meraviglia – ha concluso – empatia ed altruismo devono essere le nostre ‘guide’».
Isabella Giardini

