Il 19 marzo scorso il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, il Cardinale Mario Grech, e il Prefetto della Congregazione per il Clero, S. E. Mons. Lazzaro Hu Heung Sik, hanno pubblicato una “Lettera ai sacerdoti sul percorso sinodale”. In essa si legge: “Si tratta, senza dubbio, di scoprire sempre più l’uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati e di stimolare tutti i fedeli a partecipare attivamente al cammino e alla missione della Chiesa. Avremo così la gioia di trovarci a fianco fratelli e sorelle che condividono con noi la responsabilità per l’evangelizzazione.”
Il testo prodotto dai due Dicasteri della Curia romana concludeva citando il Vademecum sinodale al n. 32: “Ricordiamo che lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un alba di speranza, imparare l’uno dall’altro e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”.
Mi chiedo, allora, come iniziare dal nostro sacerdozio questo cammino di comunione e condivisione per generare nuove espressioni di annuncio, per far fiorire profezie e suscitare nuove energie creative nella Chiesa e nelle nostre comunità. Ecco alcune riflessioni.
Innanzitutto, noi sacerdoti dovremmo dismettere quella visione per cui ci sentiamo i “padroni” delle realtà parrocchiali. Siamo fratelli tra fratelli e sorelle ai quali è affidata una responsabilità che è servizio e guida per annunciare con tutto il popolo di Dio il Vangelo. Chiamati ad animare una comunità attraverso l’ascolto e creando comunione che diventa disponibilità e servizio.
Siamo, altresì, chiamati ad abbandonare quell’immobilismo, lo status quo, e come dice Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium al n. 33: “si è fatto sempre così”. Se questa è la chiave di lettura del nostro ministero pastorale, rischiamo di perdere l’occasione di leggere in modo sapienziale la storia che viviamo nelle nostre comunità, dove lo Spirito Santo ci ha inviato attraverso l’obbedienza al Vescovo. In tale contesto siamo chiamati con la comunità a discernere ‘i gemiti dello spirito ’, cioè i modi di servizio e di annuncio del Vangelo.
Dobbiamo esprimere sempre più lo stile della vicinanza, assumendo quello stesso di Dio e testimoniato da Gesù che sente compassione, tenerezza e si prende cura degli uomini e delle donne. Ciò significa una vita sacerdotale con legami di empatia e simpatia, cioè di coloro che condividono e partecipano attivamente alla vita delle persone e della comunità. Questo significa farsi carico delle povertà e delle fragilità delle persone ma anche della bellezza e della vita buona di chi ci è affidato. Il nostro Papa parlando al Simposio organizzato dalla Congregazione dei Vescovi sul sacerdozio, nello scorso febbraio, affermava che la relazione con il Popolo Santo di Dio è per ciascuno presbitero e Vescovo non un dovere ma una grazia che favorisce l’incontro in pienezza con Dio. Il posto di ogni sacerdote è in mezzo alla gente, per scoprire che Gesù Crocifisso vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al popolo amato. Egli vuole che tocchiamo la miseria.
L’ascolto dello Spirito resta fondamentale per il servizio alla comunità e ciò può avvenire a partire dalla preghiera e dall’adorazione, personale e comunitaria. Pregare è anche il modo migliore per servire i fratelli. La forza della preghiera, infatti, nella sua apparente debolezza è capace di vincere ogni male e superare ogni barriera. Senza vita interiore diventiamo superficiali, agitati, ansiosi e, non di rado, troviamo difficoltà a costruire buone e sane relazioni. Per questo dobbiamo andare alla preghiera; senza vita interiore sfuggiamo dalla realtà, e anche sfuggiamo da noi stessi, siamo in fuga sempre.
Don Roberto Radaelli


