Chi è Marino Spaccasassi fuori dal ruolo di presidente della Elachem Vigevano?
«Lavoro come dirigente in un’azienda. Tutte le mattine mi alzo presto per andare al lavoro e torno a casa alle quattro di pomeriggio per poter assistere agli allenamenti al palazzetto, ma subito dopo ho a che fare con tutta la parte burocratica che si trova dietro alle quinte di una società sportiva. Ho un figlio che gioca a pallacanestro. Sono una persona semplice e tranquilla, senza grattacapi, che dice e scrive sempre quello che pensa anche se a volte può rivelarsi controproducente».
Hai altre passioni al di fuori della pallacanestro?
«Mi piacciono molto i cani. Alcuni dei cani che ho competono in gare di lavoro sulla selvaggina, dove però non uccidono altri animali. Una cosa che piaceva fare diversi anni fa era andare in palestra, ma oramai non la frequento più. Mi piacerebbe tornare allenarmi come vent’anni fa, praticamente da quando mio figlio era ancora piccolo, ma sfortunatamente, tra i vari impegni di lavoro e con la società di pallacanestro, non riesco più a trovare il tempo che vorrei dedicarci».
Come e quando è iniziata la passione per la pallacanestro?
«Ero tifoso della American Eagle Vigevano quando avevo più o meno 13 anni: da lì è scattata la mia passione per la palla a spicchi. Ho perso un po’ questa passione nel corso degli anni perché da giovane ballavo, ed ero anche abbastanza bravo. Ero impegnato il sabato, la domenica e per molti giorni nel corso della settimana, per questo ho perso di vista la squadra. Sono tornato a seguirla nel 1995, non potendo però essere sempre presente al palazzetto. Nel 2000 è nata l’opportunità con la vecchia dirigenza; ho passato i successivi quattro anni in ufficio senza mai uscire, per capire le dinamiche presenti dietro alla gestione di una società sportiva. È bello andare al palazzetto a vedere gli allenamenti, ma certe cose le puoi comprendere solo se lavori dietro le quinte. Da lì è nato il percorso che mi ha portato a essere prima Team Manager e poi Direttore Sportivo, fino al ruolo di presidente che ricopro tutt’ora».

In tutti questi anni vissuti in gialloblù hai dei ricordi particolari che ti porti dietro?
«Certamente. Fondamentalmente i ricordi che mi porto dietro con più affetto sono le promozioni in LegaDue, la prima con Gigi Garelli, dove io ero l’addetto agli arbitri della società. Anche se quelle che sento più mie sono quelle arrivate negli ultimi anni. Nel 2013 il progetto è ripartito con me a capo, quindi sento molto più mie quelle del 2023 e dell’anno scorso. Ho molti ricordi positivi di questo percorso, ma queste due promozioni hanno un posto speciale nel mio cuore».
Se dovessi descrivere Marino in tre parole, quali useresti, e perché?
«Direi innanzitutto simpatico. Sono una persona simpatica, a differenza di quello che si nota al palazzetto. Ricoprendo un ruolo di un certo tipo non posso lasciarmi completamente andare, ma fuori da quelle mura sono una persona a cui piace scherzare molto. Secondo me le altre due parole potrebbero essere coerente e corretto. Sono due elementi sui quali non transigo mai».
Prima hai parlato della qualità di essere uno diretto, che non la manda mai a dire. Sapresti indicare un’altra tua qualità e, invece, un tuo difetto?
«Come qualità sottolineo quanto ho detto in precedenza ovvero, senza dubbio, essere coerente e corretto. Il mio difetto, invece, è che mi arrabbio facilmente perché io sono un perfezionista. Quando bisogna continuamente ricordare a qualcuno che bisogna fare una cosa, aggiungendo anche come farla, e ciò non viene fatto, vado in escandescenza. Le cose vanno sempre fatte bene e con il massimo impegno».
C’è una lezione in particolare che questo percorso, da quando sei diventato team manager fino a presidente, ti ha insegnato?
«Non so se me lo ha insegnato questo percorso, o se era già qualcosa che avevo intrinseca io da piccolo, visto che i miei genitori non mi lasciavano per tutta l’estate a fare niente, ma mi facevano lavorare con loro. Credo che bisogni sempre stare con i piedi per terra. Io sono passato dall’anno della scomparsa, anzi, della non iscrizione al campionato della Pallacanestro Vigevano, perché la società vecchia non è fallita in realtà ma non è stata iscritta, alla rifondazione. E qui ho capito che non si può mai fare il passo più lungo della gamba. Bisogna sempre stare accorti, avendo qualche risparmio messo via, perché poi è ovvio che capitino degli inconvenienti durante la stagione, come qualche sponsor in ritardo con il pagamento.
Devi essere pronto a sopperire a quelle criticità che arrivano quando meno te l’aspetti durante l’anno.
Come hai ribadito anche nella conferenza stampa di Forlì subito dopo la promozione in A2, la filosofia della società dev’essere quella di non fare mai il passo più lungo della gamba. Cosa ne pensi, come persona ma anche come dirigente, di un ambiente che sta raggiungendo cifre folli?
«Io dico che molti dei presidenti non sono coerenti. Mi sono state dette delle cose, salvo poi farne altre. A fine 2027 i contributi aumenteranno ancora a carico delle società, e il fatto che si parli di professionismo in un campionato come l’A2, secondo me, creerà un sistema che non riuscirà a reggersi in piedi da solo. Io sono dell’idea che sia la federazione a dover fare un investimento mettendo dentro dei soldi, andando dalle reti televisive e vendendo i diritti di una o due partite alla settimana, in modo da dare allo stesso tempo una piattaforma d’esposizione più grande al campionato. Senza un investimento del genere, il movimento è morto. Le condizioni in giro per il campionato non è che siano superbe, c’è da dirlo, ma è chiaro che tutti quelli che fanno uno sforzo per mandare avanti certe realtà lo fanno per passione, senza un vero e proprio tornaconto personale. Se andiamo a modificare i primi due campionati nazionali rendendoli più simili alla NBA, con delle simil-franchigie come ci sono oltreoceano, il sistema rischia di ribaltarsi. Secondo me l’Italia, ma più in generale l’Europa, non è pronta a un modello di questo tipo. Dopotutto, le famiglie e i tifosi vengono al palazzetto a vedere una partita da vincere, per magari raggiungere la salvezza o i play-off, non per lo spettacolo che c’è intorno. Non è un sistema che si sposa bene con la mentalità italiana: facendo così si rischia di perdere l’identità di questo sport».
Tornando sulla tua persona: se potessi parlare con il Marino di tredici anni fa, subito dopo aver preso le redini di questo progetto, cosa gli diresti?
«Come prima cosa gli direi “Ma cosa stai facendo, deficiente!?”. Scherzi a parte, non credo che gli direi niente; è chiaro come, con il senno di poi, si sarebbero potute fare scelte migliori sotto vari ambiti, però ho sempre fatto quello che ho ritenuto il meglio in quello specifico momento. Penso che il percorso fatto in questi anni parli chiaro: oltre alle vittorie sul campo, abbiamo dato il massimo per fornire a Vigevano una parte sociale molto importante. Rimango convinto del fatto che non direi niente al Marino di tredici anni fa. Dovrà percorrere il cammino che riterrà migliore, facendo errori ma togliendosi anche delle soddisfazioni».
Se dovessi descrivere questo momento in particolare della tua vita usando una canzone, quali useresti?
«Io sono molto legato alla musica, fin da giovane ho sempre ascoltato musica rock e hard rock. Ci sono un paio di canzoni che per me sono importanti perché mi piacciono tanto, una di queste è “Nothing Else Matters” dei Metallica, che è una ballata un po’ malinconica, che celebra la forza di un legame interiore che supera la distanza fisica. Ho passato un ultimo periodo un po’ complesso tra i miei problemi personali e la scomparsa di mio padre, quindi mi ci ritrovo ancora più profondamente».
Edoardo Zanichelli



