Oratori / Don Butta: «Servono nuove competenze per laici e sacerdoti»

La Pastorale giovanile della Diocesi di Vigevano sta riflettendo su un nuovo modello di oratorio, che sappia coniugare i punti di forza di una ricchezza specifica del territorio italiano con le mutate esigenze dei giovani. Secondo don Paolo Butta, vice direttore del Servizio per la Pg,

non è più sufficiente pensarlo come il posto dove si mettono i ragazzi nei campi da calcio e basta

Occorre guardare a «un impiego di persone e risorse diverso, a un insieme di attività che coinvolgano anche professionisti e possano aiutare e guidare i gruppi di giovani».

IDENTIKIT Esigenze nuove richiedono competenze nuove. «Bisogna rivedere anche la figura di chi svolge servizio in oratorio – conferma don Butta – non più il classico volontario che apre la struttura, ma veri e propri educatori. Ancora, è sufficiente solo il prete? Non più, si deve guardare alla presenza di un direttore volontario con educatori professionali, a una guida, a un’équipe educativa a seconda dell’organizzazione che ci si vuole dare. Sono persone che devono essere individuate dalla comunità e che sono al servizio della parrocchia o dell’Unità pastorale». Un cambiamento notevole che comporta «una revisione della vita pastorale; il sacerdote non è più al centro di ogni cosa, ma opera in sinergia con persone e professionisti che possono mettere a disposizione delle competenze specifiche». Anche retribuite, come nel caso degli educatori.

RIORGANIZZAZIONE Il cambiamento coinvolge altresì l’assetto stesso di questi luoghi. «Non è più possibile pensare all’apertura del semplice oratorio in ogni parrocchia, perché serve una progettualità capace di andare all’incontro delle esigenze dei giovani che, per la sua specificità»,

dovrà essere inserita in uno sguardo più ampio: di Unità pastorale, di Vicariato o di grande centro come il Negrone a Vigevano o la realtà di Mortara

«E’ a questo livello che dovranno confluire i servizi, con un lavoro di coordinamento che faccia sì che le risorse siano diffuse sul territorio e non siano a beneficio di pochi. Per questo sarà necessario anche un coordinamento a livello di Ufficio o diocesano». I tempi della trasformazione non sono ancora definiti anche se «l’idea è di partire con i primi passi nel 2024».

TRADIZIONE Il nuovo sguardo non intende sovvertire il passato, ma si inserisce nel solco della tradizione oratoriana. «L’oratorio è un centro di ritrovo e aggregazione che può essere ancora significativo, ma lo diventa nella misura in cui siamo noi a dare un contenuto e un valore aggiunto, se no si appiattisce come capita a tante altre realtà giovanili».

Un valore aggiunto pastorale, di attenzione ai bisogni e alla cura delle nuove generazioni. Per dirla con don Bosco, è la scuola per la vita, che prepara al futuro, non un cortile per giocare

«Lo è già e deve esserlo sempre più». Anche perché gli oratori oggi sono «luoghi pieni, ma difficili. Non sono così vuoti come si crede, i ragazzi ci sono, ma si incontrano tante situazioni complesse di difficoltà e disagio, che interrogano e interpellano le comunità in cui sono inseriti».

Gds

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