«Solo camminando insieme potremo andare lontano e raggiungere la meta comune del nostro viaggio». Il Santo Padre conclude con queste parole che richiamano al percorso sinodale della Chiesa il breve, ma denso messaggio in occasione della 109° Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, in programma per domenica 24 settembre. Singolare l’approccio scelto dal Pontefice per accompagnare le Comunità cristiane a riflettere sul tema, sempre di attualità nelle agende di governi e organizzazioni umanitarie.
ALLA PORTA Senza rinunciare infatti al richiamo evangelico all’accoglienza e alla carità verso quelli che lui definisce come «Cristo stesso che bussa alla nostra porta», la sua riflessione prende le mosse da un’osservazione attenta della realtà e di come «i flussi migratori dei nostri giorni sono espressione di un fenomeno complesso e articolato, la cui comprensione esige l’analisi attenta di tutti gli aspetti che caratterizzano le diverse tappe dell’esperienza migratoria, dalla partenza all’arrivo, incluso un eventuale ritorno». Tale considerazione nasce da un «ascolto costante delle Chiese particolari» che porta a maturare la convinzione che l’attenzione alla libertà costituisce «una preoccupazione pastorale diffusa e condivisa».

LIBERI Cosa intenda Francesco con il termine «libertà» è spiegato chiaramente all’interno del testo, che la definisce come «diritto di scegliere se restare nel proprio Paese o partire». Per giungere a questa definizione si parte dalla Scrittura, dall’esperienza di Maria e Giuseppe, esuli in Egitto per causa di forza maggiore, destino che li accomuna a molti uomini e donne di oggi, costretti a lasciare la propria terra per situazioni di violenza, calamità naturali o condizioni di estrema povertà. Da qui il richiamo, ripreso dalle parole di Giovanni Paolo II nel 2003, a «costruire condizioni concrete di pace, per quanto concerne i migranti e i rifugiati, significa impegnarsi seriamente a salvaguardare anzitutto il diritto a non emigrare, a vivere cioè in pace e dignità nella propria Patria». Lungi dal fermarsi ad un generico invito alla giustizia, il Papa prosegue poi richiamando alla necessità di comprendere quale stile di vita assumere e quali scelte concrete fare dare concretezza all’istanza che proviene da queste situazioni.
CRISTIANI DAVVERO Il modello proposto è quello delle prime comunità cristiane, come provocazione ad una «un’equa partecipazione al bene comune, al rispetto dei diritti fondamentali e l’accesso allo sviluppo umano integrale», che garantisca anche ai governi dei Paesi di provenienza di «esercitare la buona politica, trasparente, onesta, lungimirante e al servizio di tutti, specialmente dei più vulnerabili, senza trovarsi depredati delle proprie risorse naturali e umane e senza ingerenze esterne tese a favorire gli interessi di pochi». Queste le condizioni perché si sviluppi quel «diritto a non emigrare», non sancito da alcuna legislazione, ma insito nella dignità della persona e necessario da difendere e tutelare da parte di chi si riconosce discepolo del messaggio di Cristo.
don Carlo Cattaneo

