«In Europa solo una famiglia su quattro ha bambini». La “Riflessione” della diocesi di Bergamo in vista delle elezioni europee del prossimo 8 e 9 giugno dedica un capitolo specifico alla questione sociale mettendo al centro le famiglie e collegandole alla demografia, “una priorità politica”. Priorità in quanto «tra il 2012 e il 2022 il numero totale di famiglie europee è aumentato del 6.9%, quasi 200 milioni, ma nello stesso periodo la percentuale di famiglie che comprendevano almeno un figlio è diminuita del 2.4%». L’inverno demografico tocca in modo particolare l’Italia, che nel 2022 ha avuto un nuovo minimo storico di nascite, con l’Istat a prevedere che entro metà secolo un quinto delle famiglie non avrà prole, un quinto vivrà da solo, per ogni giovane ci saranno tre anziani e per ogni lavoratore una persona che non lavora. Un tema che non è solo privato – di scelte dell’individuo e delle singole famiglie – ma politico perché la demografia determinerà la società e le criticità che si dovranno affrontare nel medio termine e per le quali i correttivi dovrebbero essere apportati oggi perché in demografia le ricadute si colgono a distanza di decenni. Quali sono le soluzioni?
FATTORE FAMIGLIA L’economista Stefano Zamagni, docente dell’università di Bologna, già nel 2013, nell’ambito della “Settimana sociale dei cattolici” di Torino, aveva proposto l’introduzione di una “Valutazione d’impatto familiare” per le politiche pubbliche di qualunque natura, una vera e propria procedura amministrativa simile alla “Valutazione d’impatto ambientale” per le infrastrutture. La “Riflessione” della diocesi di Bergamo, che prende spunto dall’appello “Per il bene comune” dei vescovi lombardi, si muove nella stessa direzione a livello locale «ribadendo la necessità di immaginare pensieri e azioni concrete che incentivino e sostengano la scelta di avere figli» e a livello comunitario sollecitando la costituzione di «un welfare che agevoli davvero “un’unione sociale”»
non dimenticando mai di promuovere il concetto di “impatto familiare” per ogni politica settoriale. Questo dal momento che il progresso economico va unito a quello sociale.
ASILI Ecco allora che, sulla base di quanto rilevato dalle scienze sociali ed economiche, si può fare una “Vif” di alcune politiche: Gli investimenti in servizi per l’infanzia e per l’assistenza a persone non auto-sufficienti, sollevando dall’incombenza le famiglie (e nello specifico le donne, una su cinque rinuncia a lavorare quando diventa madre, il numero di quante accudiscono anziani e minori è quattro volte superiore rispetto a quello degli uomini), sono un passaggio ineludibile e creano occupazione; ai primi L’Araldo ha dedicato un approfondimento presentando il modello di San Lazzaro di Savena, dove attraverso la lotta all’evasione fiscale si sono recuperate risorse per garantire l’accesso gratuito e senza lista d’attesa a tutti (oggi la natalità è a livello degli anni ’90).
TASSE Allo stesso modo pure il sistema fiscale orienta le scelte delle famiglie: in Francia la curva demografica è in crescita e in questo ha un ruolo il “quoziente familiare”, che “pesa” il reddito familiare in funzione del numero dei componenti premiando la scelta di diventare genitori e considerando i figli un “bene” dell’intera comunità (in quanto futuri cittadini e lavoratori che contribuiranno al benessere comune). Anche in Italia si discute dalla coda del XX secolo di politiche fiscali a sostegno della natalità: la proposta di “copiare” il modello d’Oltralpe e soluzioni analoghe quali il “Basic income family”, una deduzione indipendente dal reddito e basata sul numero di componenti del nucleo, la “dote fiscale figli” e il simile “fattore famiglia”, che tra l’altro si rivolgono sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi. Nessuna ha visto la luce e nel frattempo si è scesi a 1.2 figli per donna, con un rallentamento consolidato anche tra gli stranieri.
TEMPO I numeri locali, nazionali e continentali dovrebbero bastare a convincere della necessità di valutare davvero l’impatto familiare delle politiche e, in questa direzione, un’idea interessante sono i “baby bond”, lanciati dal filosofo Bruce Ackerman nel 1999; lo Stato a intervalli regolari versa una somma a ogni bambino – lo stesso possono fare genitori e familiari – costituendo così un piccolo capitale che si potrà usare all’ingresso nell’età adulta, attenuando le disuguaglianze nelle condizioni di partenza, dando da subito una responsabilità ai giovani e consentendo a ogni nuova famiglia di partire con una certa quota di risparmio. Accanto a questo si potrebbe agire su un’altra leva, il tempo a disposizione per conciliare vita lavorativa e privata (30 ore il limite per una conciliazione eccellente rilevato da uno studio europeo del 2011): anche in questa direzione il dibattito è in corso da tempo ed è relativo all’estensione del congedo di paternità obbligatorio, alla riforma del congedo parentale, alla riduzione dell’orario di lavoro secondo la formula “100:80:100” (stessa retribuzione, un giorno in meno, stessa produttività), alla regolamentazione dello smart working sperimentato durante la pandemia.
Giuseppe Del Signore

