La nuova vita di Francesca in Rsa

Quando sorge il sole e arriva il momento di fare colazione si alza dal letto, aiutata dal personale sanitario, e tra una tazza di caffè latte e biscotti e un’altra pensa al suo passato.

RICORDI Ripercorre il proprio vissuto e a 98 anni, di storie e capitoli da raccontare, ne ha parecchi. Senza perdere lo spirito di iniziativa che la caratterizza, mentre è aiutata dalle infermiere a finire la colazione, inizia a ricordare il suo passato. Francesca è un’ospite della Rsa Dellacà di Mortara, la prima tappa della visita pastorale che il vescovo di Vigevano, mons. Maurizio Gervasoni, ha iniziato nelle strutture assistenziali del territorio lomellino. La sua storia è una delle storie che si intrecciano in realtà che non sono muri dietro cui dimenticare chi è anziano, ma luoghi da scoprire e in cui tante persone vivono un’altra fase della loro vita, anche questa caratterizzata da emozioni, sogni, speranze, ricordi. Francesca ha un trascorso di vita che rappresenta un esempio di determinazione per tutti. Ecco che la mente ripercorre la giovinezza, trascorsa a Milano, nel capoluogo lombardo, in un’epoca lontana in cui «dovevamo arrangiarci senza avere praticamente nulla nella vita di tutti i giorni. La mia famiglia non era benestante, per questo in casa aiutavo i miei genitori, mentre cercavo anche un lavoro e la possibilità di costruirmi una vita. Poi è arrivato il boom delle fabbriche e dell’industria tessile. Sono arrivata a Vigevano, una città che anni fa offriva parecchie opportunità in ambito lavorativo».

Mi piaceva lavorare, lo facevo volentieri e spesso mi ripetevo di essere molto più fortunata rispetto a tante altre persone. Ora cerco di godermi quel poco che ho. Avendo lavorato per tanti, molti anni, ora ho la possibilità di rimanere qui.

VITA IN RSA 98 anni e non sentirli: perché se è vero che le Rsa sono strutture dedicate ad anziani che necessitano di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa a tempo pieno, è altrettanto vero che ci sono anche persone che, come Francesca, cercano per quanto possibile di mantenere quel pizzico di indipendenza che le hanno sempre contraddistinte nel corso della loro vita. Quando le infermiere le chiedono di alzare le braccia o le gambe per essere lavata, pulita, cerca e si impegna a non dare loro troppo da lavorare: «Mi hanno sempre insegnato a cavarmela per conto mio, senza dover dipendere da nessuno. Il personale è bravo e gli ambienti sono puliti. Per quanto riguarda il cibo, non è facile soddisfare tutti, ci sono tanti gusti. Io mangio un po’ di tutto, riesco ad accontentarmi, ho imparato a farlo». Le operatrici socio sanitarie le chiedono spesso come sta, come si sente e va tutto per il verso giusto. E ogni volta, in ogni occasione risponde «bene, va tutto bene, non mi lamento. Poi a volte arrivano anche gli animatori, mettono la musica, anche dei miei tempi: in questo modo ci ricordano di quando eravamo giovani. Ci fanno parlare, organizzano giochi e attività».

CONDIVISIONE Vita in Rsa significa anche condividere insieme il cibo; è un’occasione sociale che molti hanno perso e che altri non hanno mai provato. «A volte parliamo tra di noi, anche con dialetti diversi. Raccontiamo dei proverbi di nostra memoria, ricordiamo sempre di quando eravamo in forza, produttivi e di quando lavoravamo. E posso dire che siamo ascoltati, dal personale, da chi ci aiuta e ci mostra la sua vita spesa per il prossimo. Nella vita in Rsa siamo in una squadra, tutti devono giocare nello stesso modo. Così il volontario seguirà le nostre indicazioni, proporrà idee, farà sentire la sua presenza».

Edoardo Varese

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