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Quattro referendum sul lavoro (più uno sulla cittadinanza di cui L’Araldo si occuperà settimana prossima). L’8 e il 9 giugno gli italiani saranno chiamati a votare quattro diversi quesiti che toccano i temi delle tutele contrattuali, degli indennizzi per i licenziamenti, dei contratti a tempo determinato, della sicurezza professionale. Promossi da un Comitato a cui fanno capo 28 associazioni tra cui Cgil, Auser, Federconsumatori, Sunia, Fnsi, Libera, ma soprattutto da 4 milioni di cittadini (ne sono sufficienti 500mila per presentare il referendum), sono stati ammessi dalla Corte Costituzionale – che ne ha bocciato un sesto, sull’autonomia differenziata, che avrebbe spinto la partecipazione e avrebbe trasformato l’appuntamento in un voto politico – e adesso dovranno raggiungere la quota del 50% più uno dei voti per poter essere considerati validi (sia in caso di vittoria del “sì” sia in caso di vittoria del “no”). Quali sono nello specifico gli aspetti che tocca ciascun quesito?
IL PRIMO (VERDE) Richiede l’abrogazione del decreto legislativo 23/2015, che è parte del “Jobs Act” introdotto dal governo Renzi e riguarda il contratto di lavoro a tutele crescenti: oggi nelle imprese con più di 15 dipendenti il lavoratore a tempo indeterminato licenziato illegittimamente non può essere reintegrato. Il discrimine è l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che per gli accordi lavorativi successivi al 2015 è stato superato dal Decreto. Per chi rientra nel regime precedente è possibile il reintegro, per gli oltre 3.5 milioni di lavoratori assunti a partire da quell’anno (circa un quinto di chi è a tempo indeterminato, destinato ad aumentare) è previsto un indennizzo tra le 12 e le 36 mensilità. Occorre aggiungere che, rispetto alla norma iniziale, negli anni il Parlamento e la Corte costituzionale sono intervenuti per mitigarne la rigidità, prevedendo anche i casi in cui è possibile il reintegro.
IL SECONDO (ARANCIO) Si resta sempre nell’ambito dei licenziamenti dichiarati illegittimi da un tribunale, ma in questo caso ci si riferisce alle imprese con al massimo 15 dipendenti, per le quali il legislatore aveva previsto non più di 6 mensilità come indennizzo nei confronti dell’ex dipendente. In caso di vittoria del “sì” il tetto sarebbe abrogato e il numero di “stipendi” da riconoscere come “risarcimento” sarebbe stabilito di volta in volta, con un vantaggio per il lavoratore, in caso di vittoria del “no” rimarrebbe fissato a 6, con una tutela per le piccole imprese (e per i lavoratori rimasti) che potrebbero non essere in grado di sostenere indennizzi maggiori.
IL TERZO (GRIGIA) Forse il quesito più articolato, interviene su più norme di cui si chiede l’abrogazione per obbligare le aziende a dichiarare i motivi per i quali procede alla sottoscrizione di un contratto a tempo determinato (da dodici mesi in giù), perfino nel caso in cui si tratti di un periodo molto breve. Per il Comitato promotore si tratta di un modo «per ridurre la piaga del precariato», per chi è contrario si irrigidirebbe un sistema che invece sarebbe efficace, aumentando il rischio di contenzioso.

IL QUARTO (ROSA) Il focus qui è sulla sicurezza lavorativa e sul meccanismo dei subappalti. Si propone di abrogare due articoli di due norme distinte (art 26 comma 4 decreto legislativo 81/2008 e parzialmente l’art 13 legge 215/2021) che regola le responsabilità in caso di incidente, impendendo al lavoratore in subappalto di chiedere un risarcimento anche alle imprese appaltatrici cioè quelle che hanno conferito l’opera in subappalto a un’altra azienda. Oggi il risarcimento può essere chiesto solo a quest’ultima, quindi in caso di insolvibilità non è possibile rifarsi su chi ha assegnato l’appalto, cosa che invece sarebbe possibile se il quesito fosse approvato. I sostenitori del “sì” osservano che la maggior parte degli infortuni e delle morti sul lavoro riguardano contesti di subappalto (anche l’Istat ne ha osservato l’aumento preoccupante negli anni) e che sia quindi necessario estendere la responsabilità per migliorare la sicurezza, i fautori del “no” ritengono l’estensione sproporzionata.
IL QUORUM Essendo referendum abrogativi, non basterà che vinca il “sì” per cancellare le norme o i passaggi su cui si intende intervenire, ma servirà che la maggioranza degli elettori si presenti alle urne. Per votare occorrerà presentarsi ai seggi domenica 8 dalle 7 alle 23 o lunedì 9 dalle 7 alle 15; bisognerà avere con sé un documento d’identità e la tessera elettorale. I fuori sede potranno votare nel comune di domicilio solo se in provincia diversa da quella di residenza, se lontani dal proprio comune da almeno tre mesi e se hanno presentato domanda entro il 4 maggio scorso.
Giuseppe Del Signore


