Barriere invisibili, quell’Italia che resta esclusa

Le città italiane sono ancora una terra di ostacoli per le persone con disabilità? La risposta è sì e non si tratta solo di rampe mancanti o marciapiedi sconnessi, quello che spesso manca è una visione organica che metta al centro l’accessibilità come progetto urbano, sociale ed economico.

SCUOLE Sebbene l’attenzione al tema sia viva da parecchi anni, basti pensare al solo Dpr del 24 luglio del 1996 che impone di eliminare le barriere architettoniche in edifici, spazi e servizi pubblici, la strada da fare è ancora lunga e in salita. Il tutto partendo dai primi luoghi di inclusione e accessibilità: le scuole. Secondo i dati dell’Istat raccolti nella “Statistica report alunni con disabilità ’22-’23”, «solamente il 40% degli edifici scolastici risulta accessibile per gli alunni con disabilità motoria». Una situazione che nel complesso sembra essere migliore al Nord dove si registrano valori superiori alla media nazionale, il 44% di scuole a norma; mentre peggiora al Sud con il solo 36%. Tralasciata la virtuosa Valle d’Aosta, con il 74% di scuole accessibili, nelle altre regioni si registrano criticità quali la mancanza di un ascensore o la presenza di un ascensore non adatto al trasporto delle persone, così come la mancanza di servo scala interno (35%), bagni a norma (26%) e rampe interne per il superamento dei dislivelli (24%). Senza poi tener conto degli ausilio senso-percettivi destinati all’orientamento degli alunni con disabilità sensoriali, di cui solo il 17% delle scuole dispone di segnalazioni visive e appena l’1.2% possiede mappe a rilievo e percorsi tattili.

report disabilità e povertà

CITTÀ Se dall’edilizia scolastica le prospettive non sono delle più rosee, non diversa è la mobilità pubblica e l’interconnessione. Molte tratte urbane ed extraurbane anche nel territorio di Vigevano e della Lomellina non garantiscono ancora un accesso agevole a infrastrutture come stazioni, fermate e veicoli adattati. E quando esistono percorsi accessibili, non sempre sono coerenti lungo l’intero tragitto, costringendo a deviazioni o all’uso di mezzi privati. A questo si affianca anche la carenza di trasporto a chiamata per le persone con disabilità gravi e la scarsa integrazione con i servizi sanitari e sociali. Senza tener conto poi degli spazi pubblici fisici, come marciapiedi, attraversamenti, segnaletica e servizi igienici accessibili. Molte città presentano ostacoli permanenti, tra questi buche, cartelli, barriere architettoniche e una penuria di servizi essenziali come bagni attrezzati, i cosiddetti “changing places”, utili per chi ha bisogni complessi. Non solo servizi, ma anche le aree verdi e i parchi mancano spesso di percorsi fruibili e di attrezzature inclusive per i bambini con disabilità. «La progettazione non deve più adottare soluzioni specialistiche – sottolinea la Federazione Italiana per il superamento dell’handicap nel report “Per un futuro urbano migliore: una città a misura di tutti” – ma configurarsi come una progettazione per tutti. Solo in questo modo sarà possibile approdare a un approccio culturale rinnovato, base del cambiamento auspicato».

AMMINISTRAZIONE Ma spesso la pubblica amministrazione incespica sulle carenze che portano a una completa accessibilità dei propri spazi. Sempre dallo studio di Fish emerge come «gli uffici pubblici tendenzialmente vengono giudicati accessibili (74%), con un 11.3% di strutture con attrezzature mancanti, malfunzionamenti e personale non adeguatamente formato». Perché sì, l’accessibilità e l’inclusione passano anche dalla formazione del personale impiegato e non solo dalla mancanza delle barriere architettoniche.

I problemi riscontrati non sono solo di natura materiale, ma anche culturale – sottolinea la Fish – Si tratta di un deficit di formazione e di mancanza di competenza da parte degli addetti ai lavori, ma anche di una carenza nella circolazione delle informazioni sui diritti delle persone con disabilità.

CAMBIAMENTO Per questo è bene puntare su partecipazione e pianificazione, partendo proprio dalle persone con disabilità, che devono essere coinvolte in prima persona nelle decisioni che riguardano la città. In Italia spiccano alcune città che stanno facendo passi avanti nella direzione dell’accessibilità. La vicina Milano è stata premiata con lo Access City Award (conferito dalla Commissione Europea) nel 2016 per le implementazioni urbane e l’impegno a sostegno della vita indipendente delle persone con disabilità. Un percorso positivo anche per Trieste che, negli ultimi anni, ha adattato e sistemato marciapiedi, con un’attenzione particolare ad app dedicate e a una rete locale che si è attivata in modo collaborativo. Ma il nodo restano le aree interne del paese, che evidenziano gravi carenze e che necessitano di un vero cambio di paradigma.

Rossana Zorzato

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