Dici sempre che non solo parli in dialetto, ma che pensi in dialetto, e che anche quando dormi, sogni in dialetto. Come lo spieghi?
«Il dialetto usa definizioni secche, essendo stato adoperato in origine da persone che non avevano un gran bagaglio culturale. È la lingua degli affetti e del focolare, è la prima parola detta o sentita quando veniamo al mondo: “mama” e “l’è un fiò” (o ‘na fiòla). Sono un po’ contrario ai vocabolari; tradurre il dialetto è come far zappare uno vestito a festa. Bisogna richiamare a una forma di giustizia, a un gran riconoscimento del dialetto come fonte di cultura. Penso alla gente che prima di noi parlava il dialetto e ai loro progetti, ai sacrifici, ai conti che facevano per far quadrare il bilancio in famiglia. Non sapevano né leggere né scrivere, ma sapevano ragionare».
Quanto il dialetto lega una persona alla sua terra di origine?
«Il dialetto è un bagaglio di tradizioni, un modo di pensare, un apparato radicale: non si può cancellare senza strapparne le radici. Sarebbe come doverlo adattare a una terra nuova, come coltivare degli ananas in Lomellina. La parlata dei nostri genitori, dei nostri nonni, racconta un suo mondo: non è solo una lingua, ma un modo di vivere. Non è un rifugio nel passato, ma un banco di scuola».
Come vedi il futuro del vernacolo nelle nuove generazioni?
«Male. È una lingua che si parla sempre meno. Si dovrebbe portare nelle scuole costituzionalmente. Non è che la gente abbia una gran considerazione di cosa sia parlare in dialetto. Non fa scoprire una lingua, ma fa vedere la gente che la usava. Non è un arricchimento di folklore, non va solo parlato, ma va visto. È una strada che si percorre a ritroso per capire il pensiero della gente che ci ha preceduto, di quel mondo. Ci sono due espressioni molto semplici, che tradotte in italiano rendono l’idea di una persona abituata ad avere tutto dalla vita: “essere nati col sedere nel burro”, o “nell’olio di oliva”. Ti fanno capire subito chi sei, chi eri, da dove vieni: il burro viene dalla stalla, mentre l’olio è più raffinato. Per tornare al futuro del dialetto, io credo che non ci sia speranza, viviamo in un mondo utilitaristico, dove si usano sempre più termini inglesi. Il problema è che per capire la strada su cui stai camminando, devi conoscere chi l’ha costruita. L’unico problema del dialetto è che per passare a tradurre in italiano, ci ha lasciato l’eredità del congiuntivo sbagliato: una tortura anche per chi è laureato, e ne soffre le conseguenze. La Lomellina è un crocevia di dialetti, di passaggi nella storia. Il detto “Francia o Spagna, purché se magna” è nato qua. Abbiamo avuto influenza celtiche, gotiche, di tante lingue e dominazioni straniere. “Bugnon”, bubbone, viene dal piemontese. “Tarlùc”, tonto, sembrerebbe derivare dallo spagnolo. “Cavagna”, cesto, è di origine celtica. Tante parole dialettali hanno origine da contaminazioni con altre lingue».

Qual è stata la genesi del libro “Val in tal còr”?
«È la dimostrazione di quanto il dialetto rivesta una funzione di rete sociale. Eravamo tutti chiusi in casa per il Covid, e io mi ero messo a cercare i soprannomi di questa o di quella persona. Poco a poco ho coinvolto un po’ di gente su Facebook, e collaboravamo tutti insieme: quel tale lo chiamavano così, quel talaltro cosà, e così via. In una sola pagina di Fb ho avuto mille risposte in pochi giorni. Il presidente della biblioteca, Marco Feccia, mi ha chiamato e mi ha detto: “Perché non metti tutto in un libro?”. E così abbiamo fatto.
È stata una grande opportunità perché mi ha permesso di conoscere la professoressa Forni, che ha voluto scrivere la prefazione al volume.
Maria Forni, che è scomparsa recentemente, è stata una cultrice della storia non solo locale, dei dialetti e della loro correlazione con l’italiano e altre lingue.
«Volendo parlare della sua grandezza culturale si rischia di farle un torto, perché si tratta di una difficile collocazione. Io ho sempre sostenuto con una metafora, e gliel’ho anche detto di persona, che era “una professoressa con la scala”: vale a dire, una persona che aveva raggiunto altissimi livelli culturali, ma che aveva la capacità di scendere per farsi capire da tutti. Il dialetto nasce proprio come metafora, affinché tutti capiscano: non spiega, ma mostra, lascia che l’immagine parli. La metafora è il modo di pensare del dialetto».
Di cosa parla invece il secondo volume, “Mi viene il cuore vicino”?
«È un viaggio nel paese di Valle visto come con gli occhi di un “flaneur”, uno che bighellona, che va in giro a osservare la gente, i posti, le curiosità. Si parte dall’immagine di una cartolina, ed è lì che il paese stesso comincia a parlare, a raccontarsi descrivendo quella e altre cartoline, la gente che si vede in foto, i nomi e i soprannomi delle persone che vivevano lì è che magari, in molti casi, non ci sono più da tempo».
E l’ultimo libro che stai scrivendo? Puoi anticipare il titolo?
«L’ho scritto tutto in via Casserotto, nella casa dove è vissuta la mia mamma ed è morto mio nonno. I miei genitori hanno vissuto lì per tutto il tempo della loro vita: sono case che danno parola ai muri, posti nei quali è facile trovare l’ispirazione per scrivere. Basta fermarsi per un momento, e mettersi in ascolto. Nel volume che sto preparando vengono a “bussarmi” le similitudini, che si stanno perdendo e che sostituiscono i superlativi, praticamente inesistenti nel dialetto. “Gnurant me na gàba” significa “ignorante come una capitozza”, cioè come una pianta che non ha la testa. È un’immagine che rende molto più che dire “ignorantissimo” e che permette al dialetto di svolgere una funzione didattica, facendo rivedere la gente e il suo paesaggio. Allo stesso modo “tempesta in ‘tla stùbia” vuol dire “tempesta in un campo tagliato”, ossia accanirsi su chi non ha più niente da dare. Questo libro, come tutti i libri, è di chi lo legge. Io non l’ho spiegato, lo spiegherà il lettore stesso. E poi c’è una parte dedicata al soprannaturale. Quando qualcuno si innamorava, si diceva che “gavan fà el pignatì”, gli avevano fatto l’incantesimo del pentolino, vale a dire un filtro d’amore fatto con le erbe, che le ragazze usavano per far invaghire di sé i giovanotti. Ho riservato un capitolo alla fede, che nei proverbi dialettali è un tema controverso, collegato alla realtà di ogni giorno. Un esempio? Mi ero sempre chiesto quale fosse l’origine del proverbio “El pusè brau dei russ l’ha trà via so pàder in tal puss”. Perché chi è rosso di capelli ha questa triste fama? Allora ho pensato a un altro modo di dire,
“Sei falso come Giuda”, e facendo ricerche nelle opere d’arte ho scoperto che Giuda è spesso raffigurato con i capelli rossi. Potrebbe essere una spiegazione.
In questo caso la fede e le religione si intrecciano con una sorta di studio “criminologico”, pur con tutti i limiti delle teorie ormai superate di Cesare Lombroso. E anche il rapporto tra uomo e donna è trattato in modo non facile. Se si va a fondo dei proverbi, insomma, si scoprono tante cose… Io ho fatto la terza media e al contrario di molti non rimpiango di non aver studiato, perché ho scelto di essere tar i protagonisti di un periodo che la Storia non aveva mai riservato a nessuno, e mai più lo farà. Ho semplicemente voluto godermi quel periodo, in cui tutti ci chiamavamo per nome, e soprattutto per soprannome. Io ad esempio sono “Scocci” perché mio padre era di sinistra, e ai suoi tempi ammirava molto il senatore comunista Mauro Scoccimarro. Così l’hanno soprannominato Scossi, abbreviandolo, e poi il nome è passato a me. Cose che succedono nelle piccole comunità… io credo che la cultura debba molto al dialetto, grazie allo stufio dell’etimologia, dell’origine delle parole, dei nomi. La cultura è la preparazione del terreno, la “coltura” appunto, da cui devono nascere i frutti. Ed è un punto di partenza, ma attenzione perché non ha mai fine. Ah, il titolo del terzo libro? È ancora un segreto…».
Davide Zardo

