«Una casa non è solo quattro mura. È il luogo dove una persona ricomincia a credere di avere diritto a un futuro». Don Moreno Locatelli, direttore della Caritas diocesana di Vigevano, non usa giri di parole quando parla di emergenza abitativa.

DIRITTO AL FUTURO Nel bilancio sociale 2025 intitolato “Abitare la carità 2025”, la Caritas ha messo nero su bianco quella che da anni è la sua frontiera più difficile: l’Area Abitare e Microcredito. «Affrontiamo l’emergenza abitativa non come un problema di posti letto, ma come un percorso di restituzione di stabilità e prospettiva», spiega don Moreno. Il sistema vigevanese è nato in co-progettazione con il Comune, che ha messo a disposizione immobili confiscati e non solo, con un budget quinquennale di 650mila euro del Fondo povertà. Il cuore è Casa Josef, in viale Artigianato, un bene confiscato alla mafia, aperto h24 per uomini soli. «Nel 2025 abbiamo accolto 18 persone lì, con un tasso di occupazione di posti letto del 90.1%. Vuol dire che la lista d’attesa non si svuota mai. Dalla dimissione all’ingresso di un nuovo ospite passano 5 giorni». Accanto, Casa Abramo con 3 persone l’ultimo gradino prima dell’autonomia vera: poche ore di colloquio, ma tanta educazione al risparmio.
Insegniamo a tenere da parte l’affitto di domani, a gestire una bolletta. Sembra poco, ma per chi viene dalla strada è rivoluzione.
LE DONNE Per le donne, la rete è doppia: Casa di Booz, che risponde al bisogno della donna sola o con minori a rischio marginalità (22 persone) e Casa Hannah (14 ospiti) per chi è già in grado di gestire la quotidianità in modo semi-autonomo. «A casa di Booz non offriamo solo un tetto – dice don Moreno – offriamo la possibilità di sperimentarsi come donna e madre, con tempi propri. Molte donne arrivano e per la prima volta si concedono il tempo di fermarsi, riposarsi e ripartire». Il progetto più simbolico resta però Casoni Sant’Albino, ribattezzato “Il Cortile”. Due edifici in mezzo a un grande giardino, dove convivono ex detenuti, persone in misura alternativa, ai domiciliari, familiari in visita e famiglie in disagio sociale. «Il nome non è casuale. Il cortile è il luogo dove ci si incontra senza dover giustificare nulla. Chi esce dal carcere si ritrova catapultato in un contesto isolato, senza relazioni. Lì proponiamo manutenzione del verde, pranzi condivisi, volontariato. Il contrasto all’isolamento è la prima casa».

PRIMA LA CASA La vera scommessa, però, è Housing First. «Abbiamo capovolto il paradigma. – sottolinea il direttore – Prima si diceva: prima ti curi, trovi lavoro, poi avrai una casa. Noi diciamo l’opposto: prima ti do una casa indipendente, poi costruiamo il resto. È per persone senza dimora con problemi di salute mentale o disagio abitativo cronico». Gli obiettivi sono chiari: innovare, facilitare l’accesso rapido, accompagnare in modo personalizzato e, non ultimo, contenere i costi dei dormitori e degli accessi impropri al pronto soccorso. «Una persona in casa costa meno alla comunità di una persona in strada. E costa soprattutto meno in dignità perduta». A tenere insieme tutto c’è il lavoro di rete e il microcredito. Con il progetto Ruth, donne vittime di violenza accedono a piccoli prestiti per affitto e beni primari. «Non è assistenzialismo – precisa don Moreno – è fiducia. Accompagniamo dalla richiesta fino al rimborso. È un respiro tra le scadenze». Lo scorso ottobre, la Safety Race cittadina ha raccolto tremila euro proprio a favore dell’emergenza abitativa. «Un segno che Vigevano capisce. Dove qualcuno vede un problema, noi vediamo una persona. E una persona, prima di tutto, ha bisogno di una chiave in tasca. La porta resta aperta, ma la chiave deve restare in mano a chi abita».
Davide Zardo

