C’è una competizione in cui l’Italia non ha chance di aggiudicarsi l’oro e in cui anzi neppure concorre: la produttività. Un tema confinato ai “settori” di competenza, come se non interessasse da un lato l’intero sistema economico italiano e dall’altro la tenuta del tessuto sociale. Per dirla con le parole del presidente della Banca d’Italia Fabio Panetta, intervenuto all’apertura dell’anno accademico a Messina lo scorso gennaio, «la produttività ristagna da un quarto di secolo; la capacità di innovare resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica. Questi freni alla crescita si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole». Per dirla con quelle dell’ex presidente del Consiglio e della Bce Mario Draghi, si delinea «un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, tutto in una volta. E un’Europa che non è in grado di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori». Parla dell’Ue, ma nell’Ue che fatica l’Italia arranca. Il primo Rapporto annuale sulla produttività del Cnel (pubblicato a settembre 2025) certifica che la produttività annua in Italia è stata +0.2% nel periodo 1995-2024. La media Ue è stata +1.2% (sei volte), la Germania ha segnato +1%, la Francia +0.8%.
IL MALE ITALIANO «Un cambiamento tecnologico orientato alla trasparenza favorirà la crescita nei paesi con maggiore trasparenza e meritocrazia, e la ritarderà nei paesi in cui prevalgono informalità e clientelismo […] Gli imprenditori perdono collettivamente in un contesto meno incline ad adottare nuove tecnologie; tuttavia, perdono individualmente se adottano tecnologie orientate alla trasparenza quando i loro pari non lo fanno. Data questa impasse e il fatto che le istituzioni di un paese sono intrinsecamente difficili da cambiare, l’Italia sembra rappresentare un monito sull’importanza di costruire istituzioni che non siano semplicemente adeguate a una determinata fase storica, ma che siano anche sintonizzate sul ritmo del progresso tecnologico». Non sono parole scritte oggi, ma la conclusione del paper “Diagnosi del male italiano” scritto da Bruno Pellegrino e Luigi Zingales nel 2017. Dopo la crisi economica del 2008, ma prima di quelle legate a Covid e Ucraina. Non si tratta perciò di una tendenza di breve periodo, ma di un tratto distintivo della “via italiana alla modernità” così come si è configurata a partire dagli anni ’90: come evidenziano anche i dati del Cnel, al volgere di un’epoca (fine della guerra fredda, crollo della Prima repubblica, rivoluzione digitale) l’Italia non è stata in grado di tenere il passo:
In confronto con i Paesi dell’Ue – scrive il Cnel – negli ultimi tre decenni la produttività del lavoro in Italia ha evidenziato, in media, una dinamica significativamente più debole rispetto a quella dei principali partner europei.
Così nel quinquennio 2014-2019 la crescita di quest’ultima è stata dello 0.1%, «cioè si è pressoché arrestata», e lo stesso nel quinquennio successivo: «Il Rapporto evidenzia inoltre come, sempre a cavallo tra 2023 e 2024, entrambi i contributi alla crescita della produttività del lavoro – ossia la produttività totale dei fattori (progresso tecnologico) e il capitale per ora lavorata – risultino negativi». Il Cnel individua anche degli snodi critici: competenze, investimenti, struttura del sistema produttivo, divari territoriali.
COMPETENZE E INVESTIMENTI Gli italiani hanno «bassa disponibilità di competenze digitali», solo il 16% dei lavoratori ha competenze ICT elevate, a fronte del 30% di Francia e Germania, e solo il 15% dei laureati ha una laurea Stem (Ue 26%). Non stupisce che tra 2022 e 2024 «gli investimenti in ICT sono cresciuti solo dello 0.8% annuo (contro l’1.9% del triennio precedente)». L’Ocse nelle sue indagini ha evidenziato la correlazione tra competenze (alfabetizzazione, capacità di calcolo, risoluzione problemi) e produttività del lavoro, ma l’Italia è un paese che non riesce a ottenere risultati adeguati né a scuola («solo il 38% dei quindicenni ha livelli adeguati nelle competenze digitali») né in azienda (la spesa privata in Ricerca & Sviluppo è pari allo 0.9% del Pil, in Ue è all’1.5%). Non aiuta neppure l’invecchiamento della forza lavoro, con gli over50 pari al 40% degli occupati, né che l’Italia fa pochi investimenti intangibili (R&S, risorse digitali, capitale umano, management, proprietà intellettuale), il 9.5% del valore aggiunto contro il 14.5% francese o il 16.5% Usa; il Belpaese è l’unico in Europa ad aver visto gli investimenti tangibili superare gli intangibili tra 2014 e 2023.
STRUTTURA E DIVARI È proprio il sistema Italia a essersi strutturato male. Tra 2022 e 2024 l’occupazione è cresciuta soprattutto nei settori a bassa produttività quali edilizia, sanità, assistenza sociale, ristorazione (covid e superbonus hanno fatto la loro parte), mentre la dimensione delle aziende è rimasta troppo piccola (il 94.7% ha meno di 10 addetti): «Nei settori ad alta intensità di conoscenza come ICT, servizi professionali e manifattura ad alta tecnologia, la produttività delle grandi imprese supera del 70–80% quella delle microimprese». Le piccole e medie imprese inoltre scontano «una digitalizzazione limitata» e al contempo un’altra criticità è data dai divari territoriali, poiché
la produttività si concentra fortemente nelle aree urbane del Nord e lungo la direttrice delineata dalla via Emilia, spesso coincidenti con i capoluoghi di provincia o grandi città, mentre i comuni periferici registrano livelli di produttività inferiori rispetto ai poli centrali.
Tuttavia anche queste hanno perso terreno rispetto alle omologhe europee e giova ricordare che in Lomellina l’unico comune polo è Vigevano.
TATTICA… A tutti i fattori esaminati si aggiungono anche un sistema fiscale che pesa soprattutto sul reddito da lavoro (e dunque anche sui costi da sostenere per il personale), la lentezza e l’incertezza connesse a burocrazia e giustizia, la differenza tra competenze in uscita dalla scuola e quelle ricercate dalle aziende, l’innovazione tecnologica, in un paese che in campo scientifico in un anno da solo fa più pubblicazioni di Spagna e Francia insieme, ma non riesce a trasferirne i risultati nella filiera produttiva. Così «solo il 30% delle imprese italiane ha introdotto un’innovazione di prodotto o processo negli ultimi tre anni, contro il 50% in Germania e Svezia». Anche senza aver letto Zingales prevale una tattica conservativa, non una strategia.
…STRATEGIA Le soluzioni non sono semplici, ma non sono neppure ignote e in fondo basterebbe anche “copiare” bene. Per il Cnel occorre «il potenziamento del credito d’imposta in R&S», «la creazione di un credito d’imposta per la formazione 4.0», completare la riforma degli Its (in Lomellina non ce n’è nessuno) e assicurare il raccordo con gli istituti tecnici e i corsi Stem universitari, migliorare le condizioni per avviare e gestire un’impresa semplificando e digitalizzando le 600 procedure del target previsto dal Pnrr, potenziare «managerializzazione» e «internazionalizzazione», facilitare i passaggi generazionali riformando «quanto prima la fiscalità relativa alle successioni e alla trasmissione delle quote di proprietà familiare, al fine di eliminare i disincentivi fiscali», «rimodulare la normativa per razionalizzare le diverse soglie dimensionali d’impresa […] con l’obiettivo di favorire il passaggio dalla micro alla media dimensione», monitorare i risultati e l’attuazione della «Zes unica nel Mezzogiorno», investire «nella capacità attuativa della PA». Anche per Panetta «alla luce dei vincoli demografici, una crescita stabile deve poggiare su un innalzamento della produttività. Ciò richiede investimenti in innovazione e capitale umano, due ambiti in cui l’università svolge un ruolo centrale».
Giuseppe Del Signore





