Il barbecue? Tutta colpa della pirateria

C’è un filo comune che unisce i pirati dei Caraibi, il primo presidente degli Stati Uniti George Washington e gli italiani nel Lunedì dell’Angelo: prima o poi, tutti si sono ritrovati attorno a una grigliata.

AI CARAIBI La griglia come metodo di cottura lo inventarono i Taino, i nativi delle isole caraibiche, che su graticole di legno cuocevano pesci e carne. La trasformazione da tecnica culinaria a momento di aggregazione avvenne però probabilmente nel XVI secolo sulle spiagge di Hispaniola, nel cuore del mar dei Caraibi. Erano gli anni d’oro della colonizzazione spagnola e della pirateria: ed ecco, proprio i “predoni del mare” hanno una parte importante in questo processo. O meglio, alcuni di loro: quelli che vivevano nelle boscaglie dell’isola di Tortuga, cacciatori di frodo e contrabbandieri francesi noti come bucanieri. Un nome che derivava proprio dal termine d’oltralpe usato per definire le griglie sulle quali cuocevano le carni dei maiali rinselvatichiti che cacciavano nella giungla, come i Taino avevano insegnato loro. Abilissimi col fucile, e per questo assoldati dai “fratelli della Costa” per razzie ai galeoni spagnoli, i bucanieri, almeno in origine, erano perlopiù francesi, ma tra le loro file non era raro vedere avventurieri olandesi o britannici, indios e meticci, schiavi africani fuggiaschi:

un melting pot di lingue, etnie, culture riunito attorno al fuoco di un barbecue. Da fratelli della Costa… a fratelli di costina.

GRILL PRESIDENZIALI Dai Caraibi alle vicine coste nordamericane, il passo è breve, giusto qualche miglia di mare: e che a radicare questa abitudine siano stati i pirati, i nativi stessi o i coloni spagnoli (più probabilmente quest’ultimi), le colonie americane ci misero poco a trasformare il barbecue in una tradizione a tutti gli effetti. In quelli che diventeranno gli Stati Uniti, la prima attestazione della parola “barbecue” risale al 1672; quasi un secolo dopo, il futuro presidente degli (ancora non nati) Usa George Washington nei suoi diari cita più volte la sua partecipazione a “barbicue” (sic) tra i quali uno durato tre giorni e un altro, nel 1769 ad Alexandria in Virginia, dove vinse pure sei scellini giocando a carte. Durante le grigliate già ai tempi si mangiava, certo, ma si ballava, si beveva, si giocava… insomma, si faceva comunità. Un’abitudine trasversale alle tante identità della società americana: tanto che nei primi dell’800 poteva capitare che i genitori di un futuro presidente come Abraham Lincoln festeggiassero le nozze con un apprezzato barbecue e che dei loro concittadini bianchi (e razzisti) dell’Alabama allo stesso tempo si lamentassero che gli schiavi neri «dimenticassero le loro catene» cantando e ballando durante le loro grigliate. E in quel periodo erano diffusi anche i cosiddetti “barbecue elettorali”, con politici che organizzavano grandi mangiate per attirare sostenitori. Il barbecue è insomma un’istituzione americana: soprattutto è l’occasione di socialità più apprezzata, che vien bene sia per le feste comandate sia di contorno a un evento sportivo o semplicemente a una bella domenica di sole.

Alessio Facciolo

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