Le parole della rabbia, oltre la violenza

Più di metà della spesa sociale in Italia è rivolta al passato. Sono 352.4 i miliardi di euro previsti nel 2026 per la previdenza sociale, la voce più importante del sistema di Welfare, seguita da sanità, politiche sociali, istruzione. L’Italia tra i quattro principali paesi europei è quello che spende di più in pensioni e di meno in scuola. Lo rileva il report “Welfare Italia” presentato da “Teha” (il think tank The European House Ambrosetti che organizza il forum di Cernobbio), che presenta il ripensamento del sistema di welfare come il primo dei dieci messaggi chiave del documento. Si collega anche a questo l’esplosione di rabbia giovanile che ha terremotato Milano e scatenato il panico in tutta Italia, ma anche il senso di frustrazione e impotenza che ha spinto gli autotrasportatori a bloccare strade e merci nel sud Italia. In una delle sue ultime poesie Salvatore Quasimodo scrive: «Mi chiedi parole. Ma il tempo / precipita come un masso sulla mia anima / che vuole certezze». È una poesia d’amore, ma sembra vere un’eco peculiare di fronte alle sfide di oggi; spiegare non significa giustificare ma tentare di comprendere, provare a cercare le parole (e anche i numeri).

QUESTIONE SOCIALE Lo ha detto in altri termini il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, spiegando che «occorre una analisi intelligente e approfondita e va elaborata una attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti». «Soggetti inediti», due parole per inquadrare un dato nuovo ma anche per riconoscere un ruolo di agenti nel contesto sociale (in quanto soggetti), ricordando che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società. Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate».

CONTESTO RISTRETTO Una sfida che interpella tanto le realtà locali, quelle in cui si vive il disagio ogni giorno, quanto quella nazionale e internazionale (visto che altrettante manifestazioni di questo malessere si registrano in Francia, Spagna, Regno Unito, Germania, Albania, ecc). Disagio senza altri aggettivi perché non è facile delimitare il campo a cui ci si riferisce; si può partire dalla violenza, quella di Milano dove il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l’arresto di 35 minori, 31 senza precedenti, 25 nati in Italia, 17 cognomi italiani (precisa il Corriere della Sera), 18 stranieri, età media circa 16 anni; tra chi è stato portato in questura, 271, 211 erano cittadini italiani. O la violenza giovanile, per citare le parole di una cantautrice che giovane è, Madame (24 anni): «Se invece di schifarsi davanti a certe reazioni, perché di questo si parla, di reazioni, si provasse a domandarsi il perché.

È violento il mondo in cui siamo nati, è violento il modo in cui concepiamo l’esistenza, ma non se ne rende conto nessuno. È violento il modo in cui vediamo il sesso, le relazioni, i soldi, il potere, è violenta la nostra voglia di ribellione.

Sono tanti i cantautori, soprattutto della scena rap (e sottogeneri), che hanno sentito il desiderio di intervenire, perché questo è il tipo di musica più ascoltato nella fascia dell’adolescenza e della prima età adulta, una colonna sonora che sa essere incalzante; fino a essere una concausa della violenza? «Il problema non è il rap, ma la società stessa […] La musica ne è una conseguenza, non la causa» ha dichiarato il rapper Frankie Hi-Nrg.

CONTESTO ALLARGATO E allora le cause? Se si torna al report di Teha, il 51.3% della spesa sociale va in pensioni, nel riconoscimento (giusto) di un lavoro concluso, ma l’Italia è il paese Ocse che spende di più (il 15.5% del Pil, il doppio della media) e altrove le pensioni sono pure più alte. Anche la spesa sanitaria (20.8%, 148.5 miliardi) va per oltre il 60% agli over65, mentre per il presente restano le politiche sociali (15.1%, 119.3 miliardi) e per il futuro l’istruzione (12.7%, 95 miliardi, ultimo Paese in Ue per incidenza sul totale della spesa pubblica). Non una distribuzione equilibrata e che potrebbe diventarlo sempre meno, perché «in assenza di cambiamenti nelle dinamiche attuali, la spesa pubblica in welfare potrebbe superare il trilione di euro già nel 2037 […] in tale scenario, la previdenza continuerebbe a rappresentare la componente più rilevante».

SQUILIBRI È su questi numeri che si innestano altri disagi, le giovani coppie che non trovano soluzioni abitative, i salari che crescono meno dell’inflazione, le famiglie che si riducono di dimensione perché la maternità e la paternità rappresentano una sfida economica e sociale non accompagnata da politiche adeguate e perché aumenta la quota di popolazione anziana, che si ritrova sola ad affrontare l’età della progressiva perdita di autosufficienza, autonomia, possibilità. Sempre nel documento di Teha si spiega che «secondo le proiezioni Istat,

entro il 2050 la popolazione potrebbe ridursi a 54.9 milioni di abitanti, tornando ai livelli registrati nel 1973 e perdendo circa 4 milioni di residenti rispetto al 2025.

A questa contrazione si accompagna un progressivo invecchiamento», con la riduzione di quasi un quinto delle coppie con figli tra 2016 e 2025 che alimenta questo declino e «potrebbe determinare, a parità delle altre condizioni, una contrazione del Pil italiano del 6.4% nel 2040 e del 10.7% nel 2050». Meno risorse per il welfare a fronte di una maggiore domanda, «non soltanto una sfida sociale, ma anche un fattore strutturale di rischio».

RABBIA VS AGGRESSIVITA’ Nessuno di questi numeri giustifica la violenza, che resta una scelta e come tale espone ogni cittadino alla sua responsabilità individuale e impone allo Stato di perseguirlo. Secondo la definizione dell’Apa (Associazione degli psicologici americani) la rabbia è «un’emozione caratterizzata da tensione e ostilità, derivante da frustrazione, da un’offesa (reale o immaginaria) arrecata da altri, o da un’ingiustizia percepita. Può manifestarsi attraverso comportamenti concepiti per rimuovere l’oggetto della rabbia o comportamenti volti unicamente a esprimere l’emozione». Si distingue dall’aggressività di cui pure è «un rilevante attivatore» e che è «un comportamento finalizzato a danneggiare qualcosa o qualcuno», perché, affinché si realizzi l’intento di danneggiare, «la rabbia non è né necessaria né sufficiente».

SOLUZIONI Se rientra nell’ambito della scelta, questa è una buona notizia, perché le scelte non sono pura emozione ma dipendono anche da fattori di contesto (culturali, socio-economici, religiosi, ecc) e pertanto cambiando il contesto le persone possono cambiare idea, soprattutto se hanno 11 anni come il più giovane dei fermati a Milano. Cambiare il contesto in Italia è quello che suggerisce anche lo studio di Teha che, dopo aver analizzato le caratteristiche della “Longevity Economy” (le scelte di consumo dei più anziani, dall’ambito del welfare a quello dei consumi propriamente detti) e della “Youth Economy” (la stessa cosa tra gli under35), propone nel primo ambito di agire su cinque direttrici ovvero «copertura della non autosufficienza», «assistenza domiciliare e territoriale», dispositivi tecnologici per l’autonomia, «prevenzione della fragilità», «partecipazione senior» al lavoro (grazie a flessibilità, mentoring, aggiornamento delle competenze). Nel secondo ambito occorre «accompagnare i giovani verso formazione, occupazione di qualità e autonomia» individuando come interventi prioritari «rafforzare orientamento, Its, lauree professionalizzanti, upskilling e reskilling», potenziare «i servizi pubblici per l’impiego», favorire l’autonomia abitativa tramite «social housing, garanzie pubbliche, strumenti per la prima casa», promuovere «salute mentale e inclusione» attraverso counseling, servizi di prossimità, spazi di aggregazione, ampliare l’accesso alla previdenza complementare.

CHI RISPONDE Tanto, con le risorse disponibili forse non si può fare tutto. Si rientra però nell’ambito delle scelte; se la “società” può chiedere conto a un 14enne del suo comportamento considerandolo alla stregua di un “adulto” – ma non per l’uso degli smartphone a scuola o per scegliere autonomamente se partecipare a corsi di educazione all’affettività – tanto più può farlo nei confronti dei decisori politici. Che decidono dove allocare le risorse e in Italia di solito scelgono di destinarle alla fascia più matura della popolazione; qualche esempio citato da “Il Post”: quota 100 (circa 30 miliardi), superbonus (circa 130 miliardi a beneficio soprattutto di una fascia più matura), chiusura delle scuole in pandemia (13 settimane totale, 25 settimane parziale, in Francia e Spagna 5 settimane). E quando si tratta di spendere, spesso lo si fa in deficit e cioè ipotecando le risorse delle generazioni future (il rapporto debito/Pil è salito al 139.9%, in Italia solo la Grecia lo ha più alto, 140.8%).

TRIBUNI DEI RAGAZZI Non è facile sentirsi accolto per un giovane. I Romani affrontarono un momento di crisi sociale per certi versi “simile”, lo scontro tra i patrizi e i plebei con la secessione dell’Aventino per vedere riconosciuti i propri diritti, a cui risposero con la nascita di una nuova istituzione, i tribuni della plebe con potere di veto. Anche qui la secessione è già in atto e l’Aventino ha il nome dei paesi esteri verso cui si dirigono tanti giovani (dal 2011 al 2024 il 6% della fascia 18-34 anni è emigrato all’estero). Perché non immaginare in Costituzione qualcosa di simile? Dei tribuni delle nuove generazioni con potere di veto o consultivo per quanto riguarda le decisioni di spesa in deficit, cioè proprio per quelle per cui si contrae un debito che sarà pagato dalle generazioni future. Non sfugge la complessità di inserire una “magistratura” simile, i limiti, la necessità di costruire un architrave in equilibrio con gli altri poteri dello Stato, ma è davvero più difficile della sfida di scrivere la Costituzione dopo le ceneri del 1945?

Giuseppe Del Signore

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