L’Intervista / Mariuccia Passadore, tra cattedra e penna

Mariuccia Passadore, il suo nome è strettamente legato all’insegnamento. Ci racconta la sua storia?

«La mia è una storia non particolarmente diversa da quella di altre colleghe e colleghi che hanno scelto la professione dell’insegnante. Se c’è qualcosa di diverso, credo consista nel fatto che è iniziata molto presto: mi sono laureata in lettere a poco più di 21 anni e a 22 anni ho iniziato ad insegnare. Il mio primo incarico è stato alla Scuola media Bussi e l’anno successivo, dopo aver conseguito l’abilitazione per le scuole superiori, sono passata all’Istituto Casale. Mi sono state assegnate classi del corso per geometri, allora tutte maschili e io, poco più grande dei miei alunni, per acquisire credibilità e rispetto ho dovuto sfoderare una grinta che non credevo di avere. Sono però riuscita a instaurare un ottimo rapporto con gli studenti, tanto che mi è dispiaciuto quando, tre anni dopo, avendo vinto il concorso a cattedre, mi è stato assegnato il triennio dei ragionieri. Ma anche qui mi sono trovata benissimo e ci sono rimasta sino alla pensione, passando nel corso del tempo dall’indirizzo mercantile al nuovo corso per programmatori. Nel frattempo, ho vinto anche il concorso per i licei scientifici, ma mi è stata assegnata una cattedra fuori Vigevano e non ho potuto accettarla per motivi familiari.

Ma non ho avuto ripensamenti, anche perché all’istituto Casale mi sono sempre trovata bene, sia con gli alunni sia con i colleghi, anzi con molti di questi mantengo tuttora una bella amicizia.

Ha poi deciso di estendere la sua naturale propensione per l’insegnamento tenendo corsi seguitissimi all’Università per il tempo Libero e la Terza Età. Cosa le ha dato questa esperienza?

«Nel 1990 ho collaborato con Renata Maroi, allora presidente del Lions Club Vigevano Sforzesco, all’istituzione dell’Università della Terza Età, da lei fortemente voluta e realizzata. Ho iniziato a tenere corsi di letteratura e storia per un pubblico adulto e di età e livello culturale molto diversificati. L’approccio agli argomenti doveva essere diverso da quello scolastico e all’inizio ho dovuto calibrare di volta in volta la mia esposizione; ma alla fine sono stati gli stessi corsisti che mi hanno indirizzato e stimolato. Si è instaurato un bellissimo rapporto e per questo dopo 36 anni sono ancora lì a rivolgermi a classi di circa 60 persone, che ogni anno mi seguono, con stima e affetto, ricambiati da parte mia. Questa esperienza è per me anche un’occasione di arricchimento culturale».

C’è un episodio della sua esperienza scolastica che è particolarmente significativo e le va di raccontarci?

«Ce ne sono molti ma ce n’è uno in particolare che mi ha sconvolto e che continua a turbarmi profondamente. Mi riferisco al delitto di cui è stata vittima Chiara Poggi. L’ho avuta come alunna e la ricordo come una ragazza intelligente e studiosa, sempre sorridente e serena, anche se un po’ timida e riservata. La sua fine così tragica è inaccettabile, come inaccettabile è che per lei e per la sua famiglia non ci siano né pace né giustizia nemmeno dopo tanti anni dalla morte. Quando la stampa e la televisione ripropongono ogni giorno una cronaca giudiziaria sempre più intricata, io non riesco a conciliare quanto è successo e sta succedendo con quella tranquilla ragazza seduta nel banco, attenta alla lezione e sempre gentile con gli insegnanti e le compagne».

Ma la sua storia professionale non finisce qui: ha scritto libri con Donatella Mussini. Ce ne vuole parlare?

«La pensione mi ha permesso di dedicarmi di più alla scrittura, altra mia passione. Inizialmente l’ho condivisa con Donatella Mussini, cara amica da sempre oltre che collega al Casale. Insieme, nel 2011, abbiamo ricostruito la storia del nostro istituto in occasione del novantesimo anniversario della sua istituzione. E’ nato così il libro “90 anni…e il cammino continua”. Poi la ricerca storico-artistica, pubblicata dalla Società Storica Vigevanese, “La Strata ieri e oggi. I palazzi storici della Via Cairoli”, che ci ha riportato nei luoghi della nostra infanzia e adolescenza, essendo entrambe nate e cresciute in via Cairoli. Abbiamo scritto “Vigevano al femminile”, panoramica di importanti figure di donne vigevanesi, dal medioevo ai giorni nostri. Il lavoro è stato sponsorizzato dal Lions Club Vigevano Sforzesco. La scrittura a quattro mani tra Donatella e me è il risultato di una grande sintonia, nel metodo di lavoro, nell’impostazione culturale».

Mariuccia Passadore

E non si è fermata a quello…

«Avevo già iniziato a scrivere già negli anni in cui insegnavo. Con una casa editrice di testi scolastici ho pubblicato due monografie di argomento letterario: “La concezione della storia in Manzoni” e “Il personaggio dell’inetto in Svevo”. Negli anni successivi ho pubblicato “Il teatro ritrovato”, in occasione della riapertura del Teatro Cagnoni dopo la chiusura per restauri. Poi la biografia “Beatrice d’Este-La duchessa di Vigevano”, edito da Astrolabio. Ma la pubblicazione a cui sono più affezionata è “Chicchi d’autore. Il riso nella letteratura”, sempre per Astrolabio. La stesura ha comportato una ricerca lunga e non sempre facile, ma mi ha consentito di fondere la letteratura e la storia con l’amore per il nostro territorio, attraverso il riso, il suo prodotto più iconico. E se non ne fossi già stata convinta, ho avuto la prova di come il riso sia non solo una coltura, ma anche una “cultura”, come testimoniano i tanti autori, antichi e moderni, che ne parlano: il riso è al centro di tradizioni, emozioni, modelli di vita. Gli opuscoli sulla Sforzesca e Fogliano, scritti per i service del Lions Club Vigevano Sforzesco, sono i miei ultimi lavori. Devo dire che per me la scrittura è fondamentale, mi aiuta ad esprimere i miei interessi, allargare la mia visione culturale e chiarire meglio a me stessa pensieri e impressioni».

È attiva anche attraverso la partecipazione a varie iniziative culturali locali.

«Sono membro del Comitato di Gestione dell’Ecomuseo Sforzesco e partecipo alle sue iniziative volte alla valorizzazione della città e del territorio. Recentemente ho fatto parte della giuria di un concorso indetto dall’Ecomuseo e indirizzato agli alunni della scuola primaria e secondaria sul tema “Vigevano: come era, come è e come vorrei che fosse”. Dai disegni dei bambini delle elementari e dagli elaborati degli studenti delle scuole medie e superiori sono emerse osservazioni molto interessanti, che dovrebbero essere prese in considerazione da tutti, dall’Amministrazione al singolo cittadino».

Facciamo qualche passo indietro: pensi agli anni dell’insegnamento e li confronti con quello che sta accadendo nel mondo della scuola oggi. Cosa le viene in mente?

«No comment! Sono contenta di essere in pensione».

Quali sono le sfide più grandi che ha affrontato?

«Certamente i primi alunni stranieri. La comunicazione era difficoltosa e la mia materia era comprensibilmente quella per loro più ardua. Sicuramente avevano meno problemi con le materie tecnico-scientifiche, che parlano il linguaggio universale dei numeri. Ma per fortuna i ragazzi stranieri allora erano pochi, erano molto motivati ad apprendere ed erano accolti e supportati benissimo dai compagni. Oggi la situazione è più complessa, ma ci sono più supporti».

Quali sono le competenze necessarie per fare tutto quello che ha fatto e per riuscirci con così tanta passione?

Mi è servita senz’altro la base culturale, ma hanno contato soprattutto la passione per la ricerca e l’amore per la scrittura.

Qual era l’aspetto più gratificante del suo lavoro di insegnante?

«Le gratificazioni mi sono venute principalmente dai molti alunni che, pur seguendo studi tecnici, si sono appassionati alla letteratura e alla storia. Un’altra gratificazione è stata trovare alle lezioni dell’Unitrè mie ex alunne».

Il suo rimpianto?

«Non ho rimpianti, solo un progetto non realizzato: fare la giornalista. Mentre oggi in quasi tutte le università esiste la facoltà di Scienze della comunicazione, alla fine degli anni Sessanta era necessario frequentare la Scuola Superiore di Giornalismo, a cui si poteva accedere solo dopo aver conseguito specifiche lauree. La sede della scuola era a Brescia, ma le condizioni di salute di mia madre non mi consentivano di rimanere a lungo lontana da casa, così dovetti rinunciare. Ma non ho rimpianti, perché ho trovato nell’insegnamento altrettanti validi motivi per sentirmi ugualmente realizzata».

Isabella Giardini

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