Ora che l’Italia progetta “Stati generali” per la fase 3, da più parti si inizia a chiedere di ricordare chi è morto durante l’epidemia, senza neppure la possibilità di celebrare un funerale e di un ultimo saluto per familiari e amici. La Diocesi di Vigevano sin da marzo ha lanciato l’iniziativa “Storie di vita”, con cui il vescovo monsignor Maurizio Gervasoni ha proposto di
raccogliere e raccontare storie, capaci di ridare un nome a questi nostri fratelli che hanno camminato con noi e che ora ci precedono nel Regno

Un modo per restituire dignità al dolore delle famiglie che hanno dovuto subire le conseguenze più gravi del coronavirus, quelle famiglie che hanno perso qualcuno che amavano dovendogli dire addio da un telefono o dallo schermo di un tablet, quando non attraverso le parole riportate da un sanitario. Senza dimenticare che, come scriveva mons. Gervasoni, «l’impedimento della preghiera comunitaria di suffragio per il defunto, non fa che appesantire ulteriormente un momento già di per sé doloroso».
I dati dell’Istat certificano che il numero di persone che sono morte a causa del Covid-19 è molto superiore a quello censito ufficialmente, tanto che in Provincia di Pavia in aprile potrebbe arrivare a 2682, circa 1635 in più di quelli con una diagnosi e anche più dei 1250 che risultano in questo momento.
A tutte occorre tributare un ricordo, una commemorazione che deve partire dall’idea di «creare legami e valorizzare le storie di bene che le persone testimoniano nella loro vita», come ha scritto il vescovo di Vigevano.
Per farlo ben venga l’iniziativa lanciata dal Rotary Mede Vigevano e dal Comune per costruire un monumento commemorativo, ma l’amministrazione comunale si impegni a dare un volto a queste persone. I sindaci conoscono il numero delle vittime nelle loro città – li comunica Ats – e tramite l’ufficio Anagrafe possono risalire all’identità di chi è morto in questi mesi, tracciando così anche chi non ha avuto una diagnosi e potendo chiedere alle famiglie – nel rispetto della privacy – se desiderano che la persona sia ricordata anche nel monumento. Spesso e impropriamente l’epidemia è stata paragonata a una guerra: le targhe dei caduti del primo e del secondo conflitto mondiale di tanti comuni italiani ne riportano i nomi.
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