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mercoledì, Settembre 30, 2020
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    Il medico coraggioso che salvo Gambolò dalla peste

    L’archivio storico del comune di Gambolò è sicuramente uno degli strumenti migliori per scorrere la nostra storia nel tempo. Scorrere i volumi dei verbali dei Capi di Casa, i verbali dell’antico consiglio comunale, che iniziano dal 1499, da la possibilità di trovare nel tempo persone, luoghi e tempi della vita di un paese che ha conservato per molti secoli i modi di vivere, crescere e svilupparsi di una comunità attiva, ricca di opportunità e capace di sviluppare attenzione per tutti i suoi abitanti. Scrivendo da ormai troppi anni sul bollettino parrocchiale ho accumulato di volta in volta appunti preziosi che di volta in volta richiamano molti frangenti che tornano periodicamente nel corso dei secoli. Da questi emerge con chiarezza che gli antichi gambolesi misero sempre in pratica il detto : “aiutati che il ciel t’aiuta” e scampato il pericolo sapevano ringraziare il Cielo per ciò che era successo.
    Pregavano sotto le antiche volte delle chiese: “ a peste, fame et bello, libera nos Domine”, ma nello stesso tempo si attrezzavano per fronteggiare i guai. La peste in modo particolare era la prima causa di una grande paura. Ricorrente, tremenda e mortifera tornava di tanto in tanto, più o meno periodicamente a sconvolgere la vita serena, più o meno, del borgo. Dalla peste nera in poi, propagata da viandanti, commercianti, pellegrini, soldataglie ed altro ancora, il male tristissimo era la più grande causa di paura. Nessuno poteva scommettere di uscirne vivo. Per questo il consiglio di credenza, formato da 12 cittadini scelti fra le famiglie più importanti, nel 1514, ritenne indispensabile porre rimedio a tutti guai che sorgevano nelle pestilenze, ma anche nella vita di tutti i giorni, quando si moriva per poco, con l’istituzione di un’autorità medica, che provvedesse costantemente a monitorare l’andamento della salute pubblica. Fino a qualche anno fa, avremmo detto un ufficiale sanitario. Si era convinti che in caso di peste il paese sarebbe rimasto in buone mani, visto che nelle occasioni precedenti di grande contagio, era spesso il medico a darsela a gambe.
    LE REGOLE PER LA SALVEZZA Questo era il “contratto sindacale”: 1) – uno stipendio annuo per la sua fatica ed il suo lavoro; 2) – Il diritto all’alloggio, alla legna per il riscaldamento, alla stalla e al foraggio per il cavallo; 3) – Poteva abitare a Vigevano, ma doveva venire almeno due volte alla settimana, il martedì e il venerdì a disposizione di tutti; 4) – doveva visitare gratis in questi giorni i poveri e rilasciare loro le necessarie ricette (receptas); 5) – per ogni visita compiuta negli altri giorni riceveva l’onorario di 30 soldi; 6) – doveva prestare con la massima diligenza il suo servizio alla comunità con la sua presenza in caso di epidemie e guerre; 7) – aveva la libertà negli altri giorni di recarsi a Cozzo per curare il marchese Gallarati Scotti, signore di quel luogo. Quest’ultima clausola ci dice che comunque non era un medico da poco. Va anche sottolineata l’attenzione della comunità per la qualità della vita dei suoi cittadini, la stessa cura dimostrata qualche anno prima (1499) per l’incarico ad un buon maestro perché insegnasse ai fanciulli poveri.
    ARRIVA IL MEDICO EROE Fu assunto un medico vigevanese tal Giovanni Bastico a cui successe poco dopo il nobile milanese Giovanni Maria Scarioni che prese servizio il 12 maggio dello stesso anno. Proprio questo coraggioso personaggio non fece mai rincrescere ai reggenti della comunità di aver adottato quel provvedimento e di aver stanziato i soldi per lo stipendio con annessi e connessi. Nel 1514 la peste aveva cominciato a farsi sentire in paese nel mese di marzo ed il contagio andò avanti fino a tutto agosto. Del Basico non sappiamo più nulla, segno evidente che come gli altri medici alle prime avvisaglie se l’era data a gambe.
    SCAGLIONI NON FUGGE Diversa fu l’azione del dottor Scaglioni. Non frappose indugi. Assumendo servizio, si fece garantire dal consiglio di credenza una buona provvista di denari per le spese di sanità. I consoli del mese di giugno gli misero a disposizione 3000 lire che spese con oculatezza e che rendicontò “ ad unghiam” nel settembre quando il contagio andò scomparendo. Con questa disponibilità procurò cibo e medicine per gli ammalati, li visitò nelle case e dimostrò un grande coraggio. Poi ordinò grandi pulizie, fece allontanare le immondizie agli angoli delle strade, fece chiudere con la terra tutte i letamai nei cortili e trasportare il letame fuori dalle porte, ordinò la sospensione dei lavori di concia delle pelli, impose la macellazione degli animali in un luogo a ciò deputato e dal quale fosse facile portar via carcasse e liquami, la sepoltura i morti nella fossa comune della Chiostra, di bruciare tutte le masserizie infette, impedendo l’ingresso in paese ai viandanti e pretendendo le carte di sanità, ossia la dichiarazione che il viaggiatore proveniva da una città non infetta, allontanò il pericolo che veniva da fuori.
    LA SUA BUONA AMMINISTRAZIONE SALVO’ IL BORGO Portò insomma nella disorganizzazione collettiva, ordine, calma, un po’ di ragionevolezza e riuscì a “ espellere morbum pestis” ( a espellere il male della peste). A settembre i parroci resero grandi ringraziamenti al Signore e alla Madonna del Soccorso. Il consiglio dei capi di casa, tutti i gambolesi maschi con più di 25 anni, insignirono l’esimio medico della cittadinanza onoraria, il diritto di partecipare ai consigli e di godere di tutti i benefici speciali della comunità. Ad esempio non pagare la tassa del sale, della farina e dell’imbottato al signore. Passata la peste i gambolesi meno numerosi ma un poco più ricchi per le diverse eredità, ci fu un gran lavorio di notai, misero mano all’ingrandimento del paese. Attuarono la concessione di Ludovico il Moro che nel 1492, quando era signore di Gambolò, di ampliare il paese per renderlo più ampio, più vivibile ed espandere le diverse attività. Andarono oltre la via Fosso e nacquero i rioni della Gruvalla e della via Isella. Tornò una certa ricchezza che servì anche ai confratelli di san Paolo di acquistare lo splendido compianto di Giovanni del Maino che rimane ancora a testimonianza di un periodo eroico.

    Francesco Marinone

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