L’Intervista / Mirko Cavallaro, la voce della palla a spicchi

Tra le macerie del PalaBasletta, ora in ricostruzione, e le mura del PalaElachem riecheggia ancora il nome di uno degli ultimi “canterani”, come si è solito dire in Spagna, del settore giovanile ducale: Mirko Cavallaro. Avvocato per professione e telecronista per passione, Mirko ha passato diversi anni della sua carriera tra le mura del leggendario palazzetto di via Carducci, calcando anche palcoscenici decisamente più importanti. Ma da dove nasce tutto ciò? Mirko, Perché proprio la pallacanestro?

«Ho iniziato a giocare a pallacanestro nel 1993, a 7 anni. Cominciai con la palla a spicchi perché ebbi un infortunio abbastanza serio giocando a calcio, il mio primo sport. I medici mi dissero che per questo tipo problema al piede sarebbe stato meglio evitare il calcio e virare su altri sport, come la pallacanestro. Del basket mi ha subito interessato la necessità di avere un ampio mix di qualità. Ovviamente, devi essere bravo a giocare, ma è importante anche creare empatia tra i compagni, facendoti apprezzare nello spogliatoio. Spesso, un giocatore molto bravo non riesce ad esprimersi al meglio perché non riesce a creare un rapporto con gli altri membri della squadra. Questa è una delle caratteristiche che ricordo con più nostalgia; mi manca la parte di instaurazione dei rapporti umani, che vengono amplificati dalle tensioni di un campionato. È normale che questi legami si esaltino o si affievoliscano in base al contesto in cui si vive. In un contesto di tensione, come può essere una stagione cestistica, il tutto viene vissuto ad un livello mille volte più intenso».

Quanto ti è servita l’esperienza a Siena, in età ancora così giovane?

«Trovo sempre molti parallelismi tra l’esperienza vissuta a Siena e il servizio militare. Spesso mi capita di parlare con qualcuno che ha fatto il militare, e me la ricordo quasi uguale. Essere fuori e lontano da casa, a 15 anni, fa si che tu cresca più in fretta, senza il supporto immediato dei genitori dietro di te. Questo influisce fortemente sul tuo carattere, aumentando il senso di responsabilità. La cosa più importante che mi ha lasciato Siena, oltre all’esperienza di aver giocato con compagni di squadra come Datome ed essere cresciuto sotto la guida tecnica di un allenatore come Pianigiani, è stata quella di sapersi comportare all’interno di un gruppo, di un sistema. Questa “skill”, oggi, la ritrovi in tutto: al lavoro, con gli amici, e nelle dinamiche di contatto sociale. È stata una sfida anche sapersi ritagliare il proprio spazio, scoprire fino a dove si è in grado di spingersi con le proprie abilità cestistiche e sapersi spingere oltre i propri limiti, rispettando sempre quelli altrui. Dal punto di vista della pallacanestro ho imparato a giocare molto di più con i miei compagni: arrivavo da Vigevano dove nel corso della partita avevo spesso la palla in mano. Lì a Siena non ero più il più bravo, ma uno dei tanti più bravi».

Ho dovuto riadattare il mio stile per mettermi al servizio della squadra nel modo più utile possibile.

Che percorso ha seguito la tua carriera?

«Sono stato sicuramente un buon giocatore, ma non al livello da primeggiare in serie A o B. Un messaggio che vorrei trasmettere ai giovani di oggi è quello di non fermarsi al giocare e basta, ma coltivare un dopo carriera. Se togliamo i due anni intorno al 2005, dove giocavamo per salvarci, sono quasi sempre stato un giocatore da rotazione, non mi colloco tra i top. Per le scelte fatte pensando al dopo-carriera cestistico, mi sono ispirato a Matteo Bressani, che, oltre ad esser stato un ottimo giocatore, ha portato contemporaneamente avanti anche le lauree in medicina, continuando gli studi universitari. A 26 anni ho fatto la scelta di tornare a casa e smettere di fare il “professionista”. Con il senno di poi, sarei tornato anche prima: oramai il gioco non valeva più la candela. Ero in un limbo, dove risultavo essere un giocatore bravo senza riuscire, allo stesso tempo, a sfondare».

Essendo un prodotto di successo della “cantera” di Vigevano, c’è qualcuno che vedi in questo momento come tuo “erede”?

«Mi reputo un buon giocatore, ma spero che un domani ci siano ragazzi di Vigevano in grado di spingersi oltre a quello che ho conseguito io; non reputo quel livello così irraggiungibile come si può pensare. La pallacanestro è uno sport che richiede molto impegno e disciplina. Bisogna sempre mettere tutto sé stessi, se si vuole arrivare ad un livello alto. Ciò, però, non deve andare in conflitto con lo studiare: anche se non sembra, sono due mondi estremamente compatibili. Avere gli allenamenti di pomeriggio nel corso della settimana aiuta a mettere in ordine gli impegni. La pallacanestro più aiutare a organizzarsi meglio, e questo influisce anche sul rendimento scolastico. Mi piace sempre fare l’esempio del capitano, Pippo Rossi: anche i giocatori professionisti, con il tempo a disposizione fuori dal campo, possono crearsi delle alternative. Lui, per esempio, ha iniziato diversi anni fa un corso universitario parallelo alla carriera cestistica, con la possibilità, un domani, di inserirsi immediatamente nel mondo del lavoro. Questo è un ottimo esempio per i ragazzi: un errore che molto spesso i giocatori fanno è quello di non sperimentare subito il mondo del lavoro, tornandoci solo dopo aver concluso la carriera sul campo. Avere un piano pronto per il futuro è sempre ottimo».

Mirko Cavallaro
Mirko Cavallaro

Com’è stato giocare tra le mura del PalaBasletta?

«Sicuramente l’emozione, da vigevanese, era doppia e il cuore batteva al triplo rispetto agli altri giocatori. Oltre a sentire il calore del pubblico, si respirava un senso d’appartenenza alla città che ti dava quella spinta in più quando c’era da raschiare il fondo del barile per cercare le ultime energie. Infatti, negli anni in cui giocavo a Vigevano, avevo un rendimento nei match in casa che era quasi doppio rispetto alle trasferte. La Carducci, come è stato detto nel corso degli anni da beniamini di casa e da avversari, è stato uno dei campi più caldi di qualsiasi campionato, paragonato spesso a diversi impianti e realtà cestistiche blasonate di A2. Il soprannome “Salonicco d’Italia” è sempre stato azzeccato, visto che nell’ultimo quarto, a maggior ragione se in partite punto a punto, in campo non si sentiva veramente niente se non i cori o i fischi del pubblico: non si riusciva a comunicare con i compagni o con le panchine, era come giocare in un’atmosfera ovattata, quasi surreale. Per vincere a Vigevano dovevi veramente fare qualcosa di straordinario».

Quando e perché hai cominciato a fare il telecronista per la Elachem Vigevano?

«È cominciato tutto per caso nella stagione 2017/2018. Il telecronista, allora, era Matteo Barietti. Una domenica mi capitò di sostituirlo: la prova andò bene, così mi chiesero di rimanere. Oggi sono all’ottava stagione dietro al microfono, ma il tempo è volato. Mi sembra ieri che ho iniziato questo percorso. Mi trovo meglio a fare la seconda voce: avrei difficoltà a tenere il tono per tutta la partita».

Ti prepari per le telecronache in qualche maniera particolare?

«Questo è un lavoro che fa più Alessandro Guaschini, la prima voce delle telecronache. Prepara curiosità, dati e spunti da inserire durante i 40 minuti di gioco. Io, invece, non faccio preparazioni particolari. Mi piace comunque ascoltare le telecronache della Serie A1: riesco sempre a prendere spunto e capire come affrontano le diverse dinamiche che si presentano nel corso della partita, imparando da telecronisti di alto livello. Mi ricordo ancora quando guardavo le partite della NBA da ragazzino: Federico Buffa e Flavio Tranquillo, due voci storiche della pallacanestro in Italia, tiravano fuori molti aneddoti particolari, tralasciando anche certe volte quello che accadeva sul campo, per andare invece più a fondo su fatti personali dei giocatori. Questo è sicuramente un altro modo e stile di fare telecronache, che però ho sempre apprezzato».

Edoardo Zanichelli

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