Ritardi / Carnevale Maffè: «Senza competenze non si cresce»

Incertezze economiche, sfide della produttività e futuro della competitività italiana: in un momento cruciale per il sistema Paese, abbiamo intervistato il professor Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia aziendale e imprenditorialità all’Università Bocconi. Carnevale Maffé è un’economista che vanta un’ampia esperienza internazionale e che lo ha visto insegnare in prestigiose business school . Il professore, originario di Vigevano, è noto anche come editorialista per testate economiche di rilievo e apprezzato commentatore su temi di economia, tecnologia e geopolitica.

Nel World Competitiveness Ranking dell’IMD l’Italia si attesta al 45° posto su 70 Paesi, superata anche dal Vietnam. Quali interventi strutturali considera prioritari per aumentare il prodotto potenziale del Paese, evitando che la politica economica continui a privilegiare sussidi e tagli fiscali a scopo elettorale anziché la creazione di ricchezza?

«Una premessa, per non farci più male del necessario: il Vietnam è entrato quest’anno per la prima volta nella classifica, direttamente al 27° posto, quindi il sorpasso non racconta un nostro crollo improvviso. Il messaggio dell’IMD 2026 è però chiarissimo: oggi il vantaggio competitivo dipende da istituzioni credibili, regole prevedibili, impegni rispettati e fiducia pubblica. Le mie priorità sono quindi tre. La prima è la certezza del diritto: tempi della giustizia civile e dei permessi misurabili e rispettati. La seconda è la concorrenza, che costringe le imprese a crescere. La terza è l’investimento in competenze, soprattutto manageriali. I bonus funzionano come un’aspirina: abbassano la febbre per una settimana, ma non curano l’infezione. Proporrei una regola semplice: ogni euro di nuova spesa pubblica deve dichiarare in anticipo quale risultato promette, e un organismo indipendente deve verificarlo dopo tre anni. Chi non raggiunge l’obiettivo perde il finanziamento».

L’analisi del professor Riccardo Gallo evidenzia come le società di rete (Snam, Aspi, Terna, Rfi) abbiano distribuito 10 miliardi di euro in dividendi in quattro anni, penalizzando il potenziamento di infrastrutture chiave in cui l’Italia è 22 posizioni sotto la media UE. Ritiene corretto che lo Stato utilizzi le partecipate pubbliche per fare cassa invece di vincolarne i margini al rinnovo delle reti?

«Il dato di Gallo è corretto, ma bisogna distinguere. Snam e Terna sono quotate in Borsa, e i loro dividendi vanno in gran parte a fondi pensione e risparmiatori, anche italiani: lo Stato, tramite CDP Reti, possiede circa un terzo di Snam. Inoltre dividendi e investimenti possono convivere: Snam ha approvato per il 2025-2029 il piano di investimenti più alto della sua storia, 12,4 miliardi. Il vero strumento non è vietare i dividendi, ma scrivere bene le regole tariffarie e le concessioni, così che si guadagni solo se la rete migliora davvero, con obblighi misurabili e penali serie. Dove lo Stato è socio unico, invece, il problema è evidente: nel 2024 Rfi ha distribuito 100 milioni di dividendi a fronte di una perdita di pari importo. In quel caso non si tratta di politica industriale, ma di un prelievo mascherato».

Nonostante l’Italia abbia un elevato potenziale computazionale e capacità regolatorie sull’IA, le aziende faticano a tradurre la tecnologia in crescita reale, fermandosi spesso a un uso superficiale. Quali politiche economiche potrebbero spingere le PMI a integrare la gestione dei dati e la robotica nei processi produttivi?

«Secondo l’Istat, l’uso dell’intelligenza artificiale nelle imprese con almeno dieci addetti è raddoppiato in un anno, dall’8,2% al 16,4%. Il divario però si allarga: nelle grandi imprese siamo al 53,1%, nelle PMI al 15,7%. E il freno principale non è il denaro: nel 60% circa delle aziende che avevano valutato un investimento senza poi farlo, a bloccare tutto è stata la mancanza di competenze. L’IA non si compra come un tornio, si impara come un mestiere. Servono quindi incentivi semplici e automatici, legati ai risultati e non alle carte bollate, e competenze condivise a livello di distretto. Un esempio: dieci officine meccaniche della Lomellina potrebbero pagare insieme un esperto di dati e un sistema che prevede i guasti delle macchine, come oggi condividono il commercialista. E aiuterebbe un credito d’imposta per la formazione del titolare, non solo dei dipendenti: è lui che decide».

In seguito alla mancata uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo, come può l’Italia conciliare il risanamento della finanza pubblica con il finanziamento dei dieci settori strutturali in ritardo?

«Siamo rimasti nella procedura per un soffio: il deficit 2025 è al 3,1% del PIL, e per scendere sotto il 3% sarebbe bastato un disavanzo più basso di circa 1,8 miliardi. Nel frattempo il debito è salito al 137% del PIL, perché la crescita resta debole. Il punto decisivo è proprio questo: il problema non è quanto spendiamo, ma come lo spendiamo. Una famiglia indebitata può ancora fare il mutuo per il laboratorio del figlio, se smette di pagare a rate la televisione nuova. Per lo Stato vale lo stesso: bisogna spostare risorse dalla spesa corrente e dai bonus a pioggia verso investimenti che aumentano la crescita futura. Ogni euro investito bene fa crescere il PIL e rende il debito più sostenibile. Rigore e sviluppo non sono nemici. Sono nemici il rigore senza scelte e lo sviluppo senza conti».

Dai dati dell’Osservatorio emerge un’eccessiva frammentazione e una cronica incapacità di trasformare la ricerca scientifica in competitività industriale, soprattutto per le PMI. Quali leve fiscali o istituzionali propone per rafforzare il legame tra università, centri di ricerca e mercato?

«Abbiamo buona ricerca e buone imprese, ma manca il ponte tra le due. La Germania ha affrontato il problema con il modello Fraunhofer: centri di ricerca applicata che vivono in larga parte di contratti con le aziende, e che quindi, per sopravvivere, devono essere utili. Suggerirei tre leve. La prima è un credito d’imposta rafforzato per la ricerca che le PMI commissionano alle università. La seconda è valutare e finanziare gli atenei anche in base a brevetti, spin-off e collaborazioni con il territorio. La terza è rendere normale che un ricercatore passi qualche anno in azienda e poi torni all’università senza perdere la carriera. Le idee, come le persone, devono poter viaggiare in entrambe le direzioni».

L’Italia si colloca al 43° posto nei processi gestionali e al 42° per attitudini e valori, evidenziando sfiducia nelle istituzioni e scarsa inclinazione a premiare il merito. Quanto pesa la debolezza dell’infrastruttura organizzativa sulla produttività generale delle imprese italiane?

«Pesa moltissimo. Il rapporto della Sapienza lo dice con una formula che condivido: prima ancora di un deficit di talenti, in Italia c’è una debolezza dell’organizzazione, perché non abbiamo capito che il management è una tecnologia come le altre e richiede investimenti. Le ricerche internazionali mostrano che la qualità della gestione spiega una parte rilevante delle differenze di produttività tra Paesi, e che le imprese in cui il comando passa per eredità, e non per competenza, tendono a essere gestite peggio. Abbiamo moltissime imprese familiari eccellenti, ma troppo spesso le deleghe si danno per fiducia personale e non per risultati. Il dato su attitudini e valori va nella stessa direzione: in un Paese che non premia il merito, anche il dipendente più bravo impara presto che conviene non esporsi. E la sfiducia ha un costo economico preciso: quello delle occasioni che nessuno prova a cogliere».

Sebbene gli ultimi dati rilevino un aumento dell’occupazione, il mercato del lavoro resta una delle aree più critiche del Paese. Come si può intervenire sulla struttura salariale e sulla formazione per arrestare la dispersione del capitale umano e riattivare la fiducia dei lavoratori?

«Il paradosso italiano è che abbiamo più lavoro, ma paghe più povere. La disoccupazione è scesa al 5%, il minimo storico, eppure secondo l’OCSE i salari reali sono ancora del 6% sotto il livello del 2021: il divario più ampio tra le grandi economie avanzate. I salari crescono stabilmente solo se cresce la produttività, cioè il valore di un’ora di lavoro. Per questo è necessario spostare una parte della contrattazione in azienda e nel territorio, legando gli aumenti ai risultati e detassandoli in modo strutturale, non con misure valide un anno. Sulla formazione, gli ITS Academy, le scuole tecniche superiori costruite insieme alle imprese, funzionano: vanno moltiplicati. E serve un segnale culturale: i giovani devono vedere che in Italia chi studia e si impegna fa carriera. Se non lo vedono qui, andranno a cercarlo altrove, con la nostra laurea in tasca».

Se considerata come blocco unico, l’Unione Europea si posizionerebbe soltanto al 35° posto nel ranking di competitività. Quali riforme della governance economica europea ritiene indispensabili per evitare che i Paesi membri subiscano la concorrenza delle grandi potenze globali?

«L’Europa ha la taglia di una superpotenza e i riflessi di un’assemblea condominiale, dove ogni decisione importante richiede l’unanimità. Le riforme indispensabili sono quelle già indicate nel rapporto Draghi, che stimava in 750-800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi necessari. La prima è un vero mercato unico dei capitali, perché oggi il risparmio europeo finanzia spesso le imprese americane. La seconda è un mercato unico dell’energia e della difesa. La terza è uno statuto europeo unico per le imprese, così che una startup di Vigevano possa crescere in 27 Paesi con le stesse regole. La quarta è il superamento del diritto di veto nazionale sulle materie economiche. Senza queste riforme, Stati Uniti e Cina continueranno a trattare con noi uno alla volta, e a vincere».

Di fronte al caro materie prime e alle recenti difficoltà del manifatturiero, settori chiave come la moda (un mercato da 1.500 miliardi) puntano sempre più sul modello esperienziale. Questa strategia è sufficiente a garantire la sostenibilità economica a lungo termine delle filiere produttive italiane?

«No, non basta. L’esperienza, cioè la boutique, l’evento, il racconto del marchio, è la vetrina; ma la ricchezza italiana sta nel retrobottega, nel saper fare delle filiere. Se l’esperienza diventa l’unica fonte di valore, la produzione rischia di essere spremuta, delocalizzata o affidata a subfornitori sfruttati. Vigevano offre un esempio. Quando la calzatura di massa è andata altrove, il distretto non è scomparso: ha trasformato la conoscenza del prodotto in macchinari per produrre scarpe, venduti in tutto il mondo. Se oggi il settore smette di innovare, la concorrenza cinese farà con le macchine ciò che ha già fatto con le calzature. Per la moda la strada è la stessa: investire in tecnologie di processo, tracciabilità, materiali innovativi e formazione degli artigiani. Il marchio attira il cliente, ma è la filiera a garantire che il marchio resti credibile».

Alla luce del nuovo risiko bancario e del crescente interesse dei risparmiatori verso gli asset digitali e le criptovalute, quale ruolo devono svolgere i mercati finanziari per incanalare il risparmio privato verso gli investimenti produttivi dell’economia reale?

«Le famiglie italiane tengono sui conti correnti oltre 1.160 miliardi di euro. È la parabola dei talenti in versione bancaria: una ricchezza enorme sotterrata per paura, che non si perde ma nemmeno lavora per nessuno. Nel Vangelo, il padrone della vigna non accetta le scuse degli ignavi: è esattamente ciò che farà la storia con gli italiani pavidi. Le criptovalute, tuttavia, non sono la risposta: sono in larga parte scommesse sul prezzo, non finanziamento di imprese che producono beni e lavoro. Il consolidamento bancario può essere utile se crea banche più solide, ma non basta, perché le PMI italiane hanno bisogno soprattutto di capitale di rischio, cioè di soci, e non solo di prestiti. I mercati devono quindi offrire strumenti semplici, trasparenti e a costi contenuti per portare il risparmio verso le imprese: fondi pensione, fondi di investimento dedicati alle piccole imprese quotate, venture capital per le startup e private equity per gli imprenditori che vogliono crescere, incentivi fiscali per chi investe a lungo termine nell’economia reale. Il risparmio è anche una responsabilità civile: un euro investito in un’impresa italiana è un voto di fiducia nel futuro del Paese».

Massimo Sala

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