Il Vangelo di questa ventinovesima domenica del tempo ordinario si presenta come incorniciato tra due riferimenti quello della preghiera e quello della fede. Fede e preghiera si mostrano in un rapporto indivisibile, in una relazione virtuosa dove la fede resta viva grazie alla preghiera e al tempo stesso la preghiera si compie grazie a una fede viva.

Gesù comunica con i discepoli attraverso una parabola e l’evangelista Luca mette in luce l’intenzione: “la necessità di pregare sempre senza stancarsi mai”. Nella parabola troviamo due figure: una vedova e un giudice ingiusto. La vedova chiede al giudice di farle giustizia, di sollevarla e liberarla da una oppressione ingiusta, ma, dalle parole di Gesù, comprendiamo che questo giudice non teme né Dio e né ha rispetto per gli uomini; è un giudice cattivo che mai si sarebbe reso disponibile, chiuso nel suo egoismo, nei confronti di quella donna. L’atteggiamento della vedova, però, sembra far superare il paradosso del chiedere giustizia a un giudice ingiusto. Nella parabola, infatti, dal comportamento della vedova evinciamo alcuni tratti caratteristici della preghiera. Il primo è che la preghiera rende forte il debole. La vedovanza costringeva ad una situazione di fragilità radicale, esponeva a soprusi e abusi da parte di persone prepotenti nella più assoluta indifferenza degli altri, esponeva ad una posizione sociale ed economica irrilevanti. La vedova della parabola, non potendo contare su mezzi economici o relazionali, gioca la sua unica risorsa: l’insistenza. La continua e costante richiesta di giustizia al giudice ingiusto diviene insegnamento sulla potenza della preghiera che rende forte il debole e gli dona coraggio.
L’insistenza della donna ci mostra un’altra caratteristica della preghiera: la perseveranza. Il tempo costantemente dedicato alla preghiera è “tempo dato al Signore”.
I termini presenti nel Vangelo di questa domenica scandiscono bene questa continuità. La preghiera diviene il respiro della fede. Infine possiamo trovare una terza caratteristica: la determinazione, l’audacia. La donna non si vergogna di chiedere, così la preghiera non teme di insistere, di bussare, di importunare, non ci chiude nel pensiero “tanto non serve a nulla”. Sotto la luce di questi tratti comprendiamo allora meglio il senso della necessità di pregare sempre senza stancarci mai; grazie alla preghiera, infatti, la nostra vita viene inserita nella storia della salvezza, prendiamo coscienza che la nostra quotidianità, pur segnata spesso dal male e dalla mediocrità, può scorgere un senso nella storia che Dio conduce con noi. Dal versetto 6 l’evangelista ci conduce fuori dalla parabola per accompagnarci alla vita di fede e della chiesa. La vedova diviene l’immagine della comunità di allora e di oggi che può soffrire ingiustizia e che grida a Dio giorno e notte e il giudice ingiusto, che cede all’insistenza della donna, diviene elemento per supportare ancora di più il tratto del volto di Dio che nella sua paterna misericordia non può rimanere indifferente al grido della nostra preghiera. Certamente la domanda finale di Gesù “il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” ci lascia sospesi, spiazzati perché spesso siamo noi a porre domande del tipo “dov’è Dio?”. Allora la venuta del Signore diventi realtà di fede da sperimentare come desiderio e attesa nella preghiera.
don Roberto Signorelli


