Il rapporto tra giusta soddisfazione e necessaria umiltà è sempre stato teso, se non nella codificata morale, almeno nel discernimento personale del singolo credente. Il vangelo di Luca ci vuol mettere al riparo dal rischio dell’idolatria dell’ego e dal culto della personalità di ogni singolo credente che scambia la propria affermazione e il personale successo con il retto culto di Dio.

Il pregare del fariseo “davanti a sé” ha tutto il tono dell’autoincensazione, del vantare davanti a Dio i meriti e le la bravura personali nell’adempimento della Legge fin nelle minuzie, dimenticando le cose primarie: la giustizia e la misericordia. Già nella Sapienza biblica con il libro di Giobbe si era provveduto a sciogliere l’ambiguità che il giusto è ricompensato da Dio. Il giusto Giobbe infatti patisce le disgrazie della vita non come disapprovazione da parte di Dio della sua retta condotta, ma come tentazione permessa a titolo di prova della sua fede. La chiosa finale delle parole di benedizione pronunciate dal Padreterno circa il malcapitato protagonista vanno proprio in questa direzione, e accolgono l’amarezza di Giobbe come invocazione e protesta di giustizia: nessuno ha detto parole sagge come il mio servo Giobbe! Il Fariseo di oggi invece vanta il proprio successo e si autocelebra davanti a Dio, o meglio nel Tempio, davanti a sé, adora la buona rappresentazione di sé che la coscienza gli suggerisce in ordine al codice morale della Legge. Ma sembra che ad aver imparato la lezione “terrestre” sia l’altro, il peccatore che invece di sciorinare i propri traguardi religiosi, dichiara con schiettezza la sua fede, invocando la misericordia e la giustizia di Dio. La morale finale che il Salvatore trae per ogni credente che ascolta la sua parola è data dalla giusta considerazione di sé definita: umiliazione.
Consapevolezza di essere humus, terra; non “presunta” divinità da autoadorare, ma terra certamente abitata dal desiderio di Dio, dal suo Spirito, dalla sua energia vitale, che ambisce a tornare al suo principio e compimento.
Tornare alla terra come atteggiamento per riscoprirsi “Giobbe” è un atto di coraggio in una realtà contemporanea in cui sembra di scorgere l’alba di un nuovo ordine mondiale consacrato dal potere economico e da una giustizia formale, di facciata, al di là delle diverse tendenze politiche, e in cui la pace non è un processo ma un dono, ottriata. Il credente impara l’umiltà dalle cose patite nella vita, un’umiltà che insegna a restare figli e chiede al Padre le cose necessarie: il primato di Dio e gli aspetti materiali necessari per raggiungere questo obiettivo. Per questo è necessario pregare sempre senza stancarsi: la preghiera rigenera continuamente il rapporto di dipendenza filiale col Padre, impedendo lo scambio di ruoli, evitando di credersi Dio. Una preghiera incostante, sfilacciata o assente opacizza il vero volto di Dio e impedisce di essere misericordiosi e giusti verso il fratello, giudicandolo male. Un rischio da cui guardarsi bene!
don Andrea Padovan


