27 luglio, XVII Domenica Tempo ordinario

Chi l’avrebbe mai detto? Gesù, maestro di discrezione e delicatezza, oggi ci sorprende elogiando un comportamento che, a prima vista, sembra inopportuno: quello dell’amico che bussa nel cuore della notte per chiedere tre pani. Non è l’amicizia a ottenere la risposta, ma – dice chiaramente Gesù – «per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono».

Ecco il punto: a Dio piace la preghiera insistente, quella che non ha paura di disturbare, che non si rassegna davanti al silenzio. La scena è sorprendente: «Gesù si trovava in un luogo a pregare», e i discepoli, colpiti da quella preghiera così intensa, gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare». Da qui nasce il Padre nostro, non come formula da recitare, ma come cuore pulsante di un rapporto filiale con Dio. È la preghiera di chi sa di non bastarsi, di chi riconosce di avere bisogno ogni giorno: «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano». Non si tratta solo di cibo materiale, ma anche del pane della fiducia, del senso, dell’amore. È la preghiera di chi sa di sbagliare: «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore», e di chi teme di cadere:

«Non abbandonarci alla tentazione». È una preghiera realistica, povera, essenziale. Ma proprio per questo, vera. Eppure

Gesù non si ferma qui: racconta la parabola dell’amico insistente per insegnare che la preghiera autentica è lotta, perseveranza, fiducia ostinata. «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». Non sono parole casuali: c’è una progressione, un crescendo. Chiedere, cercare, bussare: tre verbi che descrivono un atteggiamento attivo, desideroso, fiducioso. La fede, ci dice Gesù, non è solo accoglienza, ma anche coraggio: il coraggio di chiedere, di insistere, di bussare anche quando tutto sembra muto.

Ma Dio non è un giudice da convincere, né un amico infastidito che apre solo per sfinimento. È un Padre. Gesù lo dice con forza: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe?». E conclude con una promessa solenne: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». Il vero dono che Dio offre è lo Spirito Santo, cioè la sua stessa presenza, la forza per vivere, amare, perdonare, resistere. Allora possiamo pregare con fiducia, anche invadente. Perché Dio non si scandalizza della nostra urgenza, anzi la desidera. Una preghiera insistente non è segno di mancanza di fede, ma della sua maturità. È il grido di chi crede davvero che solo Dio può salvare. È la voce di chi ama tanto da bussare, anche di notte, per il bene di chi ha fame.

don Paolo Butta

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