La Domenica delle Palme introduce nel cuore della Settimana Santa con la Passione, che non è solo memoria di un dolore, ma rivelazione di un amore che arriva fino alla fine. Gesù entra nella passione con consapevolezza: non è travolto dagli eventi, ma li attraversa consegnandosi liberamente al disegno del Padre. In questo racconto colpisce il contrasto tra la fedeltà di Cristo e l’instabilità degli uomini: Giuda tradisce, Pietro rinnega, i discepoli fuggono, la folla passa dall’osanna al grido “crocifiggilo”.
Eppure Gesù non si sottrae, ma rimane saldo in un amore che perdona e si dona senza misura. La sua regalità si manifesta proprio così: non nel potere, ma nell’umiltà di chi accetta di essere rifiutato per salvare. Matteo sottolinea come tutto accada “perché si compissero le Scritture”: la Passione non è un fallimento, ma il compimento della promessa di Dio, il momento in cui si rivela fino in fondo il volto di un Padre che non abbandona l’umanità, ma la raggiunge proprio nel punto più oscuro. Anche il silenzio di Gesù davanti ai suoi accusatori è quello di chi si affida, di chi non ha bisogno di difendersi perché sa che la verità non può essere sconfitta. Sul Golgota, mentre tutto sembra perduto, si apre invece la strada della salvezza: il grido di Gesù, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, raccoglie il dolore di ogni uomo e lo porta dentro il mistero di Dio, trasformandolo. Non è un grido di disperazione, ma una preghiera che continua a fidarsi, anche nell’oscurità. E proprio lì, sotto la croce, avviene il primo riconoscimento: il centurione pagano proclama che Gesù è davvero Figlio di Dio. È il segno che la salvezza è offerta a tutti, senza confini.
Accanto a Lui restano anche alcune donne, che non fuggono e testimoniano che l’amore autentico sa rimanere anche quando tutto sembra crollare.
Questo Vangelo interpella anche noi: di fronte a Gesù, da che parte stiamo? Siamo tra coloro che lo seguono finché è acclamato o tra coloro che restano anche quando la croce si fa presente? La Passione ci invita a riconoscere le nostre fragilità, ma soprattutto a lasciarci raggiungere dalla misericordia di Cristo, che non smette di amarci nemmeno quando lo tradiamo o lo rinneghiamo. Entrare nella Settimana Santa significa allora accompagnare Gesù in questo cammino, non da spettatori, ma da discepoli, imparando da Lui che l’amore vero passa attraverso il dono di sé. Solo così la croce, da segno di morte, diventa sorgente di vita nuova e promessa di risurrezione. E mentre contempliamo questo mistero, siamo chiamati a lasciarci trasformare interiormente, perché la Pasqua non resti un evento esterno, ma diventi esperienza viva, per rinnovare il nostro modo di amare, perdonare e vivere ogni giotno nella speranza nata dal Cristo crocifisso e risorto.
don Carlo Cattaneo



