7 settembre / XXIII Domenica Tempo ordinario

Seguire Gesù non è una passeggiata. Nel Vangelo di questa domenica, tratto da Luca 14,25-33, vediamo una folla che lo accompagna: chi per curiosità, chi per ammirazione, chi per speranza. Ma all’improvviso Gesù si ferma, si volta e, invece di gratificare l’entusiasmo della gente, pronuncia parole che suonano come una sfida: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Parole dure, che ci costringono a riflettere. Davvero Gesù chiede di mettere da parte gli affetti più cari? In realtà chiede di amarli di più, ma in modo diverso: non possedendoli, non facendone idoli, ma riconoscendoli come dono. La sequela di Cristo, infatti, non è una parentesi tra le tante attività della nostra vita, ma la scelta decisiva che ordina tutto il resto. Per questo Gesù aggiunge:

Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Il Vangelo non è un annuncio di comodo, e la fede non è una fede “light”, senza peso, senza scelte, senza conseguenze. È come costruire una torre o partire per una guerra, dice Gesù con due brevi parabole: bisogna calcolare bene i costi, perché seguire Lui significa essere pronti a pagare un prezzo, ad accettare la fatica, la rinuncia, la croce. Non ci sono scorciatoie, non si può barare.

commento vangelo

Viviamo in un tempo in cui spesso il cristianesimo viene annacquato: un po’ di Vangelo sì, ma senza esagerare; un po’ di religione quando serve, ma senza che disturbi troppo le nostre sicurezze. Gesù, invece, è radicale: non cerca fan, cerca discepoli. Non vuole cuori tiepidi, ma persone libere, disposte a mettere Lui al centro. Per questo conclude con parole che ci spiazzano: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo». Non è un invito alla povertà materiale per tutti, ma alla libertà interiore: ciò che possediamo spesso ci possiede, e Gesù non vuole svuotarci la vita, ma riempirla di senso. Per farlo, però, chiede spazio, ci invita a liberarci da ciò che ci trattiene, che ci rende schiavi, che ci impedisce di seguirlo davvero.

Questo Vangelo è scomodo e non si può addolcire: ci chiede di passare da spettatori a protagonisti, da curiosi a discepoli veri. La folla di allora, come quella di oggi, deve scegliere: restare a guardare o rischiare tutto per Lui. È una decisione che non si prende una volta per tutte, ma ogni giorno, tra mille piccole croci e grandi rinunce, con la certezza che solo chi perde la vita per Gesù la ritrova davvero, piena e traboccante di gioia.

don Carlo Cattaneo

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