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lunedì, Aprile 6, 2020
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    Emergenza coronavirus: la Caritas c’è

    La Chiesa c’è. In un periodo come quello dell’emergenza coronavirus, con chiese deserte e messe da seguire solo sui social media, la Caritas continua silenziosamente ad operare in favore degli ultimi, dei bisognosi. Non solo con raccolte di materiale alimentare e medico, ma con un livello di attenzione ai vecchi e nuovi bisogni sociali. Lo dimostra un’iniziativa fortemente voluta dal vescovo di Vigevano, monsignor Maurizio Gervasoni: uno sportello di ascolto e assistenza a chi ha subito un lutto a causa del Covid-19. «Stiamo attivando i parroci – spiega don Moreno Locatelli, direttore della Caritas diocesana vigevanese – perché si facciano prossimi alle famiglie che hanno perso i loro cari per l’epidemia, in modo da permettere loro di sfogarsi, raccontando la vita di queste persone per tenerne vivo il ricordo». Sempre viva l’attenzione alle persone senza fissa dimora, con i dormitori aperti 24 ore su 24, e due pasti al giorno garantiti a chi non può mettersi in fila per andare al supermarket. «Un altro settore a cui stiamo cercando di rivolgerci è quello dei minori positivi al virus, e quelli che rimangono soli a casa con entrambi i genitori in ospedale. È una fascia sociale per la quale non ci sono ancora strutture, e ci stiamo organizzando per rimediare a questa mancanza. Poi ci sono le coppie anziane che vengono separate dalla malattia: uno dei due è in ospedale, l’altro in quarantena a casa, da solo, senza che il resto della famiglia, come i figli, possa venire a trovarlo. Abbiamo organizzato un servizio di catering a domicilio per anziani e persone impossibilitate a uscire di casa».

    RETE SOCIALE Il tutto grazie a una rete formata da Croce Rossa, Ats, Asst, piani di zona, servizi sociali, forze dell’ordine, amministrazioni comunali e provinciale: «E’ un tavolo di lavoro, chiamiamola pure una cabina di regia, in cui varie professionalità si affiancano per fornire il loro apporto, e aiutarci a portare uno sguardo di speranza in una situazione complicata. Non siamo soli, insomma.

    È una partita difficile, ma cerchiamo di starci dentro, di “farci prossimo” a chi ha bisogno, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche sociale.

    Infermieri, psicologi, assistenti sociali, volontari, amministratori: tutti danno il proprio contributo, in rete. E lo stesso stanno facendo le Caritas delle vicine diocesi di Pavia e Tortona». Importante il sostegno della Caritas lombarda, e un forte accordo con la sede nazionale, che permette un confronto continuo e segni tangibili di riscontro positivo. «La Caritas è presente in prima persona nell’emergenza, ed è un interlocutore di cui il territorio tiene conto. Insomma, si è aperto un altro fronte su cui operare, oltre ai soliti in cui siamo da sempre impegnati». Parte di questo è possibile anche grazie al contributo della Cei, che recentemente ha stanziato 10 milioni di euro per la Caritas nazionale raccolti tramite l’8 per mille.

    L’IMPORTANZA DEL VOLONTARIATO Fondamentale il coinvolgimento di una risorsa importante come quella del volontariato. «Chi è giovane e in salute può fare il volontario con la Caritas. Ad esempio, da quando c’è l’emergenza abbiamo chiuso la mensa della Pellegrina perché l’età media degli operatori era molto alta, e abbiamo preferito orientarci verso un maggiore coinvolgimento dei giovani.

    C’è un’impressione diffusa, in generale: quella che la Chiesa, con questa emergenza, non ci sia. Chiese chiuse, messe solo in diretta Facebook, e così via. Invece molti servizi non sono visibili, semplicemente perché operano sulla parte sociale più scoperta, occupandosi di chi è più fragile e a rischio.

    É una rete importante, e ci siamo dentro in pieno, è la nostra mission: a prossimità cristiana a chi ha bisogno, con una voglia di stare insieme che ha anche un valore educativo e pedagogico. Non è semplicemente il frutto di un bisogno nell’emergenza, ma deve diventare uno stile, per dare risposte ai bisogni umani. Stiamo imparando, questa emergenza è qualcosa che non abbiamo mai vissuto prima, ma vogliamo far sentire che ci siamo».

    Davide Zardo

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