Storia di speranza / Marta Cavigliano: «La mia corsa a ostacoli a scuola»

La voce ora scorre veloce ora si ferma come l’acqua di un fiume. In parte è a causa del palato ogivale, che costringe Marta a parlare con lentezza ed è la disabilità con cui convive insieme a quella motoria che la costringe su una carrozzina da sempre, in parte è un suo modo di essere: ci sono frasi che le escono lineari, precise, e poi ci sono parole che le costano una fatica enorme, che si fermano in gola, sillabe che non ne vogliono sapere di uscire nonostante tutto il suo viso sia concentrato nello sforzo di esprimerle, fino a sospendere il respiro.

Marta Cavigliano

Le prime sono legate a ciò che è positivo, le seconde a ciò che mette in gioco il suo vissuto. Marta Cavigliano ha 20 anni e ha appena ottenuto il diploma. Ha preso 80 e racconta che «è la ricompensa dopo tutti gli sforzi e la fatica e gli ostacoli che ho avuto». Il percorso scolastico «se lo devo definire con una parola è stato “difficilissimo”». Soprattutto «in questi cinque anni ho incontrato alcune persone che non credevano in me e un po’ questa cosa mi faceva avere la voglia di studiare o di essere autonoma. L’anno più complicato è stato la quarta superiore, prima che arrivasse l’attuale insegnante di sostegno percepivo sfiducia; negli ultimi mesi sono cambiata tantissimo». Una svolta è stata il test per l’ammissione all’università, Relazioni internazionali in Cattolica,

a metà marzo ho fatto il Tolc e l’ho passato, inizialmente ero risultata in lista d’attesa, poi sono entrata.

Elena, la mamma, è seduta dietro, anche a scuola è una figura sempre presente e attenta a cogliere ciò che accade, ma in disparte. «Non parlerò» dice all’inizio dell’intervista. Sarà un’intenzione mantenuta a metà: «Dopo il Tolc ha fatto un balzo, lo ha notato per prima l’insegnante di sostegno». Del resto il vissuto di Marta è anche il vissuto di sua madre. «La maturità non è stata solo la mia, ma anche di mia mamma, perché in questi anni quando io studiavo lei mi aiutava. Quando ho dovuto preparare l’orale ho fatto tutto da sola, mi chiedeva se avessi bisogno di aiuto, le rispondevo di no». Ma chi è davvero Marta, chi è la persona di cui la disabilità è solo un aspetto? «Marta è una persona sì con disabilità, ma anche con tanto senso dell’umorismo, tanto simpatica, tanto empatica, con molta pazienza. Ci sono state persone che mi hanno parlato alle spalle, che mi hanno giudicato in modo cattivo e sì, io avrei potuto girarmi e mandarle a quel paese, ma mi sono trattenuta perché esattamente, come dice mia mamma, tutte le persone hanno delle “disabilità” anche se non si possono vedere, solo che la mia è ben visibile e io non posso far niente per nasconderla».

Tanto evidente da poterle chiedere cosa vuol dire essere diversi. Marta qui non esita, allarga le braccia e indica se stessa. «Sto indicando me stessa, essere diversa è questo». Ma non solo perché «a parte la carrozzina, per me essere diversa comporta sia dei vantaggi che degli svantaggi perché… faccio un esempio, se mettiamo che lei è disabile, se lei ha di fronte delle persone che sanno che la disabilità non è per forza una malattia, lei è accettato. Adesso però il lato negativo: se invece lei ha davanti delle persone oppure ancora peggio dei suoi coetanei che pensano che la disabilità sia una malattia, lei può essere escluso molto facilmente e queste persone potrebbero farle incontrare molta indifferenza». Anche se, interviene la mamma,

non è facile per tutti confrontarsi con la disabilità, che può fare paura e creare una barriera, devi accettare questo limite, comprenderlo.

È un tema che ha trattato anche nella prima prova della maturità, scegliendo la traccia dedicata al rispetto, un rispetto che dovrebbe partire dai compagni, dalla scuola e dalla sua capacità di prendersi cura degli studenti. «La scuola, in generale, non è stata capace di prendersi cura di me. Parlando d’inclusione, secondo me non è possibile che una persona con difficoltà motorie, se c’è una gita classica o qualcos’altro, debba essere per forza accompagnata da sua mamma». La madre, sullo sfondo, annuisce e non nasconde la commozione. «Non è giusto, quante volte abbiamo dormito insieme io e te, ma tu avresti avuto bisogno di stare con altri. È così dalle elementari. Abbiamo iniziato quando eri piccola, è il momento in cui dovresti avere più aiuto per entrare nel circuito della vita, invece ti ritrovi castrata da subito. La mensa no perché è al piano di sopra, l’ascensore non funziona, nelle gite si dimenticano di prenotare il pullman con pedana e devi andare a Torino in macchina, ma poi non si fanno trovare dove avevi appuntamento. Anche alle medie lo stesso schema. Perfino una gita organizzata a Venezia… alle superiori è andata meglio, mano a mano che crescevi hai trovato più attenzione. Addirittura adesso, alla Cattolica, mi hanno detto di lasciarla in stazione e che si occupano loro di venirla a prendere perché deve andare in università da sola. Non mi vogliono là, se no come fa a diventare autonoma?».

In filigrana si intravede il tema di “essere trattati come gli altri”, ma cosa vuol dire? «Per me significa fare le cose come gli altri nel rapporto docente/studente, mentre dal punto di vista del rapporto fra studenti vuol dire entrare in contatto moltissimo con le persone. Essere presa in giro, ma in modo amichevole perché se tu mi “insulti” scherzosamente mi accetti». Una dimensione che si può apprezzare soprattutto a scuola che, pur con i limiti di cui sopra, «è sempre stata una salvezza». Tanto che, quando in quarta si è ipotizzato di fare un orario ridotto e di passare da un programma per “obiettivi minimi” (che consente di conseguire il diploma) a uno “differenziato” (che non conferisce il diploma), per Marta è stato il momento più difficile: «Se le mie lacrime di gioia più belle sono state per l’ammissione alla Cattolica, quelle di tristezza più grande sono state quando mi hanno proposto l’orario ridotto col differenziato». Una proposta poi declinata dopo una consultazione familiare, col sostegno soprattutto delle due sorelle maggiori convinte che ce l’avrebbe fatta (c’è anche un fratellino, Pietro).

Alla domanda su che cos’è la famiglia, Marta risponde «posso disegnarlo?». Sul foglio un punto, lei, all’esterno frasi come «sei un’handicappata», «con la tua disabilità non puoi fare niente», «non parlo con i disabili», scritte in un colore, in mezzo altre frasi in un altro colore. «Tu vali tanto», «noi ci siamo», «il tuo diploma una vittoria per noi». Ecco la famiglia. «Il nostro collante è Marta – precisa mamma Elena – e una delle cose più belle è che per Pietro, dicono le maestre, non esiste la differenza tra i compagni con disabilità e gli altri». Ancora «abbiamo imparato che gli ostacoli o vanno risolti o bisogna imparare a conviverci. Non è sempre facile, perfino organizzare una vacanza o una cena è un’impresa». Che si può compiere, perché Marta precisa che «quando c’è la mia famiglia non c’è nessun sogno che io non possa realizzare, il prossimo è la laurea». Pensa mai a un giorno in cui, come è nell’ordine naturale della vita, la mamma non ci sarà più? «Mi auguro in futuro di conoscere delle persone con buon cuore che possano aiutarmi». Qui la voce esita, non invece quando le si chiede cosa farebbe se potesse vivere un giorno senza la sua disabilità. «Camminerei e parlerei».

Giuseppe Del Signore

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