Pasqua, il vescovo Maurizio Gervasoni: «Il Risorto, provocazione di speranza»

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Davanti al sepolcro vuoto, con lo sgomento nel cuore per una guerra che si sperava non dovesse essere e che invece sta dilaniando i cuori e distruggendo le speranza per una politica incapace di disegnare contesti di futuro, nella serata del Sabato Santo la Chiesa vigevanese si è stretta intorno al suo Vescovo per celebrare quasi come caparbia provocazione di speranza che nasce dalla fede, la Resurrezione del suo Signore.

É stata una Liturgia attraversata dal dolore, ma segnata da una speranza che chiama l’uomo, nella fede in Gesù, ad un impegno fattivo di conversione, unica fonte della pace.

LA COSA PIU’ IMPORTANTE Dopo l’annuncio della Resurrezione con il testo del Preconio intonato dal Diacono in apertura della celebrazione, nell’omelia il vescovo Maurizio Gervasoni ha definito il senso della celebrazione e spiegato i termini di una speranza che chiama l’uomo ad una profonda conversione, l’unica ragione possibile della pace.

La Pasqua di quest’anno – ha esordito il Vescovo – è tutta concentrata sulla questione della guerra quindi il tema che più di ogni altro sembra venire spontaneo è quello della pace. Tuttavia ritengo che questa non sia la cosa piu importante, e neanche, tutto sommato, la piu profonda.

Parole apparentemente forti, coraggiose, nel cupo clima politico di queste settimane, che hanno subito ricordato a tutti che «c’è qualcosa di più profondo, che stiamo celebrando in questa veglia, che dalle tenebre vede partire una luce che diventa sempre più vivace e che restituisce forma alle cose, ridona speranza». Soprattutto in questi momenti è difficile credere alla Resurrezione di Gesù, un fatto tanto poco constatabile: «Cosa significa che quest’uomo che è stato ucciso, è risorto e vive nella gloria di Dio?» si è domandato mons. Gervasoni, ricordando che ora Gesù non vive più la nostra vita, non è più come siamo noi. É diventato riconoscibile solo a coloro che credono in lui e anche a questi non risparmia la necessità di dover passare attraverso la morte. Come si può dire, allora, che la morte è vinta? La verità è che nel sepolcro, quella notte lontana nel tempo, «è successo qualcosa che ci costringe a rivedere completamente il nostro modo di interpretare la vita». 

UN NUOVO MODO DI PENSARE L’incontro con il Risorto costringe l’uomo a rileggere la storia in un altro modo, permette di capire il senso delle cose che ci capitano, la contraddizione esistente tra una Creazione ormai degradata dal peccato e il disegno originario di Dio, che era ben diverso. Le letture proposte dalla Liturgia sono state lo strumento per esercitare questa rilettura, attraverso la vicenda del popolo ebraico. «La mano potente di Dio lo accompaga e gli dà vita, gli dà coraggio, gli dà forza – ha proseguito il Vescovo – e tutte le volte che Israele preferisce fare da solo immancabilmente Israele muore. Ma Dio non smette di avere pietà». Un diverso modo di leggere le cose: la caparbietà di Dio ad amare l’uomo, nonostante tutto. Una caparbietà che è diventata somma quando ha mandato il suo Figlio, «facendogli fare una fine che noi non desidereremmo per nessuno». E però Gesù la accetta e la offre con amore. «É la smentita delle nostre attese – ha sottolineato mons. Gervasoni – e tuttavia è la realizzazione piena della volontà di Dio. Solo nella Pasqua possiamo leggere profondamente la luce del Risorto che vince le tenebre. É la volontà di Dio». Avere occhi per vedere la luce L’uomo deve imparare ad avere occhi per vedere la luce, per cogliere il senso dell’Amore di Dio, la sua Salvezza, una Salvezza che non viene ignorando il male. Va invece attraversato fino in fondo, ma nella fede. «Perchè la Resurrezione – ha detto il Vescovo – non è una bacchetta magica, non viviamo improvvisamente una vita piena di gioia, senza dolore, senza peccato. E tuttavia dentro di noi i gemiti pieni di Spirito producono la vita nuova e danno la speranza.

AMORE PER DARE VITA ALLA PACE L’amore di Dio che vince il male deve essere seminato dentro di noi e deve crescere dentro di noi e noi dobbiamo passare come Gesù attraverso le tenebre, illuminati però dalla gloria di Dio che ha vinto il peccato: questo la Chiesa annuncia. Non trasforma il mondo, annuncia. E l’annuncio va diritto al cuore e chiede che noi ci crediamo». La fatica della conversione fonte della pace il passaggio centrale, per l’uomo, è segnato dallo stupore per questo accadimento e, insieme, dalla fatica della conversione, dal pentimento dal peccato, che «non può assolutamente toglierci la beatitudine dell’incontro con il Signore, di una speranza rinnovata, di un amore che vince la morte, che vince l’odio». É dentro questo processo che si genera la pace vera, «perchè fin dall’origine Dio ha messo nel cuore dell’uomo la possibilità di amare come ha fatto Gesù, fino in fondo. E’ questa la ragione profonda della pace. E questo accade – ha concluso mons. Gervasoni – non tanto quando riusciamo a trovare una combinazione diplomatica, ma quando cambiamo il cuore, quando moriamo a noi stessi, quando invochiamo che il Signore ci dia la sua grazia e ci lasciamo guidare dal suo Spirito».

Sua Eccellenza il vescovo Maurizio Gervasoni

LA PASQUA DI GESU’: SPERANZE DELUSE? Nell’omelia del giorno di Pasqua mons. Gervasoni, prendendo spunto dalla pagina evangelica della cena di Emmaus proposta dalla Liturgia, si è concentrato nella riflessione sugli avvenimenti della Pasqua di Cristo. Gesù aveva suscitato tante speranze di giustizia e di pace, invece è finito crocifisso come un malfattore. Dicevano che fosse risorto, ma… tutte chiacchiere. Ai due compagni di viaggio, in quel tardo pomeriggio, Gesù insiste nel porre la domanda: è capitato proprio questo o qualcos’altro nei giorni scorsi a Gerusalemme? Il Vescovo ha girato la domanda a ciascuno dei presenti alla Liturgia pasquale vespertina della Domenica, in Cattedrale. «Questa notte – ha detto il Vescovo – davanti al buio della morte violenta di Cristo, cioè davanti alla smentita di tutte le attese dell’uomo, abbiamo ricercato il filo rosso che lega la storia della salvezza e abbiamo capito qual’è il disegno originario di Dio, la storia dell’amore di Dio che vince il male e che diventa generativo per tutti noi nel bene: è quello che Dio voleva fin dall’inizio e che si compie in Gesù».

COME AGNELLO PORTATO AL MACELLO Gesù doveva veramente essere quello che pensavano i suoi contemporanei? Nella Scrittura si legge altro: doveva essere “come agnello portato al macello”; il Messia non era quello che loro si aspettavano.

La salvezza che Dio ci dona – ha detto il Vescovo – non corrisponde a quello che noi desideriamo, perchè probabilmente noi desideriamo male. Spesso i nostri ideali di giustizia, di verità e di pace non corrispondono al disegno di Dio e, comunque, davanti alla violenza e al peccato i nostri disegni vanno in difficoltà.

La verità, ha proseguito mons. Gervasoni, è che «la logica dell’Amore di Dio attraversa ogni forma di violenza e la sconfigge dall’interno: non oppone un disegno di giustizia, ma propone una vita giustificata».

UNA GIOIA APPARENTEMENTE ASSURDA Nel colloquio di Emmaus si scontrano due concezioni antitetiche: quella dei due viandanti, per i quali l’esperienza di Gesù è fallita; l’interrogativo che Gesù pone loro nasconde una verità opposta. “Siete sicuri?” chiede loro Gesù. “Non è invece che è proprio perchè è capitato così che dovete essere nella gioia?”. I due faticano a capire e Gesù comincia a spiegare loro la “sua versione” dei fatti. «É il percorso del cuore che medita la verità di Dio e ripercorre nel silenzio, grazie alla Scrittura, ciò che accadde a Gesù, che sembra essere la smentita di ogni attesa di pace, di giustizia e di amore, e invece si rivela il luogo della manifestazione più alta» ha detto mons. Gervasoni. Serve un cambiamento radicale per comprendere il senso di una manifestazione così alta serve, però, un cambiamento totale, Perché siamo noi a non capire. «É la provocazione che ci viene dalla Liturgia di oggi» ha proseguito il Vescovo, il quale ha sottolineato poi che, arrivati in prossimità della locanda, i due, fermandosi, invitano Gesù a rimanere: le sue parole li hanno incuriositi e interessati. «Si fermano e decidono di accoglierlo».

É il loro primo passo nel cammino di conversione. A tavola, nello spezzare il pane si compie nella locanda, mentre stanno mangiando: quando Gesù benedice il pane (cioè dona nuovamente se stesso per la vita dell’uomo) si aprono i loro occhi e lo riconoscono. Illustrando questo passaggio evangelico mons. Gervasoni ha sottolineato che i due «riconoscono Gesù nel gesto di massima comunione, quando aveva affidato la sua vita agli Apostoli». Gesù, ha spiegato il Vescovo, dà la vita, secondo due significati: come si dà il pane a chi ha fame, perchè possa nutrirsi e vivere, e dà la “sua” vita, cioè si consegna alla morte affinchè l’uomo torni a vivere. Nel gesto di spezzare il pane i due risconoscono la ragione per cui Gesù è morto a Gerusalemme, si aprono loro gli occhi della mente e del cuore. «Gesù – ha proseguito mons. Gervasoni – non è venuto come vincitore, che sconfigge il nemico e pratica la giustizia, ma è venuto come uno che ha dato la vita affinchè impariamo a darla a nostra volta».

L’omelia del Vescovo

UNA LOGICA COMPLETAMENTE DIVERSA E’ una logica completamente diversa, generativa, non giustiziale, ha detto il Vescovo, che chiede il convincimento del cuore, di essere riconosciuta come la vera ragione dell’esistenza. A Gerusalemme è accaduto che «l’Amore misericordioso di Dio ha vinto l’odio, ma non nel modo con cui vincerebbe la giustizia umana, che annienta il nemico, ma nel modo di chi si lascia anninentare perchè l’altro abbia la vita». Capire questo significa entrare nella logica della Resurrezione. E infatti i due tornano a Gerusalemme. La croce, strumento di tortura e luogo di ingiustizia assoluta, totalità del non senso, è diventata improvvisamente il trono della grazia.

SPARI’ ALLA LORO VISTA «La condizione perchè questo accade – ha concluso mons. Gervasoni – è che noi abbiamo occhi per vedere, che il nostro cuore arda per quella verità profonda che Dio vuole che noi comprendiamo e che si traduce nel gesto semplice della carità, sempre e per tutti. Noi questo facciamo fatica a viverlo, ma è ciò che invece è alla radice del nostro desiderio. Il Signore ci aiuti a risorgere a vita nuova, come il Risorto che, quando fu riconosciuto, sparì alla loro vista».

Carlo Ramella

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