La ricerca di Dio è una condizione di vita che ti espone all’incertezza, ma l’unica che è in grado di regalare il bene. E’ questo l’esempio di vita che il beato Matteo ha mostrato ai vigevanesi che, con la loro sempre sincera devozione, lo hanno scelto come patrono della città ducale. Domenica scorsa, nel clou delle celebrazioni religiose per la ricorrenza del beato Matteo, il vescovo Maurizio Gervasoni lo ha ricordato a una chiesa di San Pietro Martire gremita, di fronte alle autorità cittadine, ai figuranti delle dodici storiche contrade, soprattutto ai tanti fedeli giunti per commemorare il frate domenicano nel luogo del suo eterno riposo.

INQUIETUDINI «Propongo una riflessione inquietante, ma allo stesso tempo assolutamente promuovente» ha esordito il Vescovo, partendo dalla domanda sul «perché il popolo di Vigevano ha voluto prendere il beato Matteo come patrono della città? Cosa aveva il beato Matteo per assurgerne a persona simbolo?». Una risposta da non cercarsi negli atti materiali, o almeno non solo: «E’ una persona che ha dato tanti soldi per le opere pubbliche? No, aveva fatto voto di povertà. E’ una persona di intelligenza e capacità imprenditoriali particolari? Non sembra. Come mai noi conserviamo questa figura come emblematica della città?». Questa persona, «che non era nemmeno originaria di Vigevano, che è venuta qui non per scelta, ma per obbedienza», era però «totalmente devota alla parola di Gesù». Una riflessione, quella di monsignor Gervasoni, che prende spunto anche dal Vangelo di Marco: «Su questo passaggio del Vangelo san Giovanni Paolo II nel 1993 ha costruito l’enciclica Veritatis – spiega il Vescovo – dove lo splendore della verità non è dato dalla scienza, ma dalla sapienza». Ciò che fa davvero grande l’uomo, insomma, non è la ragione, come messo in luce anche dall’avvento dell’intelligenza artificiale in grado di superare quella umana in molti campi:
Ma la macchina non ha sapienza, perché non può decidere.
AFFIDARSI A DIO Una delle caratteristiche principali di questa sapienza è di stimare, di fare il bene: «Che cosa rende grande l’uomo? La possibilità di decidere il bene. Non di imporlo col potere, ma con l’umiltà di accoglierlo e di essergli fedele». Nel brano del Vangelo, Gesù è avvicinato da un uomo, che chiamandolo “Maestro buono” gli chiede cosa debba fare per avere la vita eterna. «Un atteggiamento un po’ servile, che non è quello della sapienza – continua Gervasoni – tanto che Gesù gli chiede perché lo chiama buono: uno solo è buono, Dio». Il primo atteggiamento per cercare la fonte del bene è l’umiltà, lo spogliarsi di ogni volontà di successo. E questo spiega il Cristo all’uomo che lo ha fermato, guardandolo negli occhi: «Una cosa sola ti manca, vendi quello che hai e avrai un tesoro in cielo». Se uno solo è buono, cioè Dio, bisogna affidarsi totalmente a lui:
Seguimi – dice Gesù – lasciati guidare. Non sei più tu a decidere dove si va, vieni dietro a me.
TESTIMONIANZA Sono parole, queste, che lasciano sconcertati gli apostoli che sono vicini a Gesù. «Ed è legittimo che lo siamo anche noi, per i nostri criteri di benessere, di correttezza morale. Perché ci costringono a dire che la ricerca di Dio è una condizione di vita che ti espone all’incertezza, perché l’unica fiducia è nell’amore». E questa è anche la grande lezione che il beato Matteo ha donato ai vigevanesi: «Noi lo preghiamo non tanto perché protegga la città» conclude il Vescovo, ma soprattutto perché la sua vita è «testimonianza di volontà di comunione». Il beato Matteo fa capire ai vigevanesi che la salvezza passa dalla conversione del cuore: qualcosa che non può essere imposto, ma che passa dal lasciarsi andare a Dio. «Gesù dice: non c’è nessuno che abbia lasciato casa, famiglia, fratelli senza averne avuto indietro cento volte tanto». Una riflessione «inquietante – conclude Gervasoni, riprendendo le parole dell’inizio dell’omelia – ma anche commovente. E che il beato Matteo ha testimoniato con la sua vita».
Alessio Facciolo

