Il sapore casalingo di quel presepe fatto di cartone e sughero

Nel presepio casalingo ho ricollocato vicine le due statuette di Gelindo che suona la piva e di sua moglie Gelinda che sbatte il latte nella zàngola per ottenere il burro utile alla neo-mamma Maria e al neonato Gesù che stanno in tenerezza nell’attigua capanna. Questa è costrutta in cartone e in paglia intrecciata con spago calzaturiero forte e sottile per cuciture a black. Nello scatolone delle statuine, al precedente ritiro, avevo posto distanziate le statuette dei suddetti coniugi giacché nel passato presepio era sorto un battibecco tra i due poiché la Gialinda allungava troppo il collo e lo sguardo verso l’aitante pescatore Andrea, e Gialindu osservava incauto le movenze della graziosa Margherita che passava portando un camicino verso la povera capanna di Betlemme.

Poiché desideravo dormire sonni tranquilli senza disturbi provenienti dallo scatolone, era meglio distanziare i due: uno di qua e una di là avvolti in differenti testate di giornali, di sinistra e di destra. E in un anno di riposo nello scatolone hanno letto e riletto l’unico articolo a ciascuno disponibile, con l’estrazione di statuette addensate su schieramenti contrapposti. L’agitazione nel presepio in atto diveniva allarmante. Ma ecco che una casuale leggera scossa elettrica nell’innesto delle lucine presepiali ha riportato i due al classico ruolo di zampognaro e di casearia.

A quella scossa anche i vicini cammelli, governati dal cammelliere Nitro, hanno rizzato i ruvidi peli a mo’ di istrice, che era poi il normale atteggiamento di coloro che a Vigevano, a metà Novecento, “i sivan pi(n) ad camel” ossia erano pieni di cammelli ovvero debiti, quando vedevano giungere il giuridico Nitro per batter cassa o sequestro al fine di ricuperare l’importo delle cambiali non pagate e protestate (ossia “i farfall”, le farfalle in volo evanescente).
Placide sono invece rimaste le pecorelle, brucanti ciuffi di erba sintetica, con ai fianchi i loro “birì(n)”, agnellini nel caldo candore di lana. Nella Vigevano di metà Novecento ancora si potevano riscontrare greggi in transumanza dai monti per pascoli di pianura:

ricordo un gregge che pascolava sui campi incolti in proprietà della ditta “Ursus Gomma” che si stendevano tra le attuali via Donizetti e via Pergolesi fino alla via Santa Maria. Poi tutto è stato cementato compresi i recinti in siepi di more gustose per tutti.

Si agita, pur di plastica, il solito unico pesce abboccato all’amo del richiamato Andrea che si ostina a pescare nel laghetto di spicchi di specchi sul quale passa il ponte di cartone e di turaccioli in sughero imbrattati di color marrone antico. Dietro la montagna in carta ramagiata, i nitriti dei bardati cavalli dei tre Re Magi, “i tri Ré Magg”, svolgono il contrappunto alla quiete e alla povertà della capanna con il pio bove e l’umile asinello. Non può mancare un cenno al modesto ma garante san Giuseppe che invita i chiari ondeggianti Angeli, “i-òngiar”, a chiarinare soffuse melodie nel chiarore della stella cometa, “ra stèla cuèta”, per il preclaro Natale del Signore.

Marco Bianchi

Le ultime

Vigevano, controlli dei carabinieri: 314 persone identificate e tre segnalazioni per droga

314 persone identificate, 161 veicoli e contravvenzioni per oltre...

Scuola, rappresentanti di chi?

Siamo ormai alla vigilia delle elezioni per il rinnovo...

Garlasco, marijuana nell’orto: denunciato un 30enne

Nell'orto coltivava due piante di canapa alte un metro...

La salute femminile è nel cuore  

Un pomeriggio di sensibilizzazione per conoscere a fondo il...

Login