Un Natale di rinascita, «Con il carcere sono cambiato»

«Ho ricominciato a considerare il Natale come un giorno di speranza e di amore verso il prossimo, ma anche verso me stesso». Una vita difficile, caratterizzata da tanti bassi e da un periodo trascorso nella casa di reclusione di Vigevano, durante il quale però non ha mai perso la fede in Dio e il desiderio di iniziare una nuova vita oltre le sbarre.

LE PRIME DIFFICOLTÀ Francesco, il nome è di fantasia, fino a un anno e mezzo fa osservava il mondo dal carcere dei Piccolini. È stato allora, al momento di uscire e affrontarlo senza più sbarre a trattenerlo, che ha iniziato a impegnarsi come “tuttofare” per Caritas Vigevano. Da quel giorno ha iniziato a scrivere un nuovo capitolo di una storia che inizia da lontano, sia nel tempo sia nello spazio. «Sono nato a Torino da una famiglia di origini meridionali e che purtroppo ha sperimentato sulla propria pelle la povertà. Mio padre era un elettrotecnico, svolgeva quanti più lavori possibili per riuscire a sfamare me e la mia sorellina. Mia mamma faceva quello che poteva per non farci sentire diversi da chi, invece, poteva permettersi uno stile di vita nella norma. Ho trascorso la mia gioventù in un quartiere difficile, in mancanza di una guida è molto probabile imbattersi in cattive compagnie e intraprendere una strada deviata.

Sono stato per anni tossicodipendente, ragion per cui sono stato anche in comunità. A livello di istruzione non sono andato oltre la terza media.

LUTTI E ABBANDONI Arrangiandosi a fare qualche lavoretto, dopo essere rimasto orfano a soli 26 anni, Francesco riesce a costruire una famiglia e, sebbene in un primo momento sembra che tutto proceda per il meglio, il momento più buio in assoluto è in agguato: «Mi sono sposato e ho avuto due figli. Insieme a mia moglie mi sono trasferito a Milano dove ho iniziato a lavorare per una ditta che purtroppo è fallita. Mia moglie ha chiesto il divorzio e si è portata con sé i bambini. Per me questo è stato l’ennesimo contraccolpo psicologico. Sono rimasto solo in balia degli eventi: non avevo parenti e ovviamente nemmeno amici con cui parlare e confidarmi. Tutto questo mi ha portato a subire una grande forma di depressione. Avevo di fatto perso le uniche certezze che avevo acquisito fino a quel momento. Non dando peso alle mie azioni ho iniziato a commettere reati tra cui furti e rapine, fino a quando non sono stato arrestato e portato nel carcere dei Piccolini».

LA FEDE DIETRO LE SBARRE Le strutture restrittive in Italia sono un luogo pensato per consentire ai detenuti di riflettere sui propri errori e di iniziare un percorso rieducativo, ma spesso i detenuti si devono confrontare con sovraffollamento, strutture vetuste, carenza di servizi di formazione e reinserimento. Per Francesco quelli della prigione sono cinque anni bui, in cui tuttavia riesce a intraprendere un percorso di riabilitazione, riflettendo sul suo passato per trovare di nuovo la speranza: «È stata dura stare in carcere, ero in cella con un altro detenuto. Per qualche ora al giorno uscivo in corridoio, altre volte impiegavo il tempo leggendo e meditando. Non ho frequentato la scuola all’interno della casa di reclusione, nonostante abbia avuto modo di capire e comprendere quanto sia importante farsi una cultura generale di quello che accade nel mondo. A volte mi sentivo sconfortato, pensavo di non essere stato un buon padre per i miei figli e al contempo che non sarei mai riuscito a costruirmi un futuro, nemmeno una volta uscito di prigione. Mi chiedevo chi avrebbe potuto darmi un lavoro e soprattutto fiducia sapendo dei miei precedenti penali e della mia condotta: credevo che la mia vita non sarebbe mai potuta ricominciare, nemmeno una volta uscito di prigione. Se ho iniziato a vedere della luce in fondo al tunnel è stato grazie a due fattori, Caritas e la fede, che per me è qualcosa di interiore, che si coltiva da dentro».

casa josef

NUOVO INIZIO Così attraverso educatori, personale che propone attività di laboratorio e che consente ai reclusi di sentirsi nuovamente protagonisti di un nuovo inizio, arriva il momento di coltivare un barlume di speranza e di redenzione: «A volte dal carcere scrivevo lettere ai miei figli, spesso in prossimità del Natale o di altre festività: credevo che non mi accettassero più come padre, per i miei errori. Nessuno vorrebbe vedere un proprio genitore finire dietro le sbarre. Tanti pensieri mi hanno convinto a darmi una seconda possibilità. In carcere svolgevo lavoretti di manutenzione, aiutavo a tagliare il prato e al contempo svolgevo altre mansioni. Con Caritas ho conosciuto una nuova famiglia, che non mi ha mai abbandonato». Se uscire di prigione dopo cinque anni rappresenta una liberazione morale, i timori di essere soggetti a pregiudizi da parte del prossimo rappresentano un peso non indifferente: «Se sono riemerso – racconta Francesco – è grazie alla fiducia che Caritas ha riposto in me. Sono stato assunto a lavorare da Deco, mi sono trasferito a Vigevano, ho acquistato anche una macchina e ho ricominciato a sentirmi parte attiva della società. Sono diventato anche il custode del dormitorio Casa Josef, un ambiente nel quale ho conosciuto diverse persone che sono diventate mie amiche. Ognuno di noi ha alle spalle un passato difficile e ricco di ostacoli, ma ognuno di noi nonostante tutto è riuscito a scrivere un nuovo capitolo della propria vita».

NATALE E SPERANZA In un percorso come questo, quale significato e importanza assume il giorno in cui si celebra la nascita di Gesù bambino? «Adesso è come se lo festeggiassi in famiglia, con i ragazzi e i volontari di Caritas. È un giorno che mi ha fatto capire quanto sia stato difficile cambiare vita, ma allo stesso tempo mi fa comprendere quanto io mi senta meglio a esserci riuscito. Non ho mai vissuto il Natale quando ero piccolo come altri bambini della mia età, per tanti motivi: mi sono ritrovato a vivere e attraversare una situazione più grande di me. A più di 50 anni ho riscoperto il giorno più magico dell’anno, raccogliendo il frutto del lavoro e del percorso che ho intrapreso. Mi sento meglio, ma c’è un desiderio che vorrei realizzare». E il suo desiderio è quello comune a ogni padre costretto a vivere lontano dai propri figli: «Non ho perso la speranza di poterli rivedere un giorno. Vorrei che capissero quanto io sono cambiato in questi anni, grazie a tutte le persone che mi sono state vicine e che mi hanno aiutato a scoprire il vero me stesso».

Edoardo Varese

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