“Porte aperte” non solo per decreto

Il primo era stato Papa Francesco, in una sua omelia a Santa Marta aveva sottolineato il disagio dei sacerdoti nel celebrare l’Eucaristia senza la presenza dei fedeli. Non solo un disagio dal punto di vista umano, ma anche un sostanziale riferimento allo stesso significato dell’Eucaristia. Il Papa, con quelle sue poche parole, aveva saputo intercettare i sentimenti della stragrande maggioranza dei sacerdoti nel dover celebrare “a porte chiuse” come un impoverimento del “dono” dell’Eucarestia. Poche parole, che avendo portato i sentimenti di tutta la Chiesa, avevano messo in evidenza una situazione che sembrava potesse avere una svolta in occasione della “fase 2”, avvalorata da un comunicato della CEI che annunciava trattative con il governo italiano per arrivare a concordare gli adempimenti necessari al fine di poter tornare a celebrare l’Eucarestia.

Anche la Conferenza Episcopale Lombarda, aveva la scorsa settimana diramato un comunicato che auspicava una soluzione in tal senso e che aveva come titolo “Non di solo pane vivrà l’uomo…”, lo stesso che abbiamo preso in prestito per la prima pagina del giornale, perché sintetizza in modo corretto quello che è il vero scopo della celebrazione eucaristica. Nel comunicato dei Vescovi lombardi, dopo aver ringraziato i medici, il personale sanitario ed infermieristico per l’indefesso lavoro che svolgono in questi mesi, e la vicinanza alle famiglie per la loro sofferenza e a volte il lutto che devono attraversare, fanno riferimento al “pane necessario per vivere”.

Per poter donare all’uomo il pane che fa vivere – affermano i Vescovi lombardi – è necessario che, nel pieno rispetto delle norme sanitarie che devono valere per tutti i cittadini, ci sia una ripresa della vita liturgica. E questo a partire dall’eucarestia e dall’accompagnamento a quel momento così umano e doloroso che è la morte di una persona cara.

Dopo questi comunicati ufficiali tutto faceva pensare che nel nuovo Decreto per la “fase 2” fosse inserito il riferimento alla possibilità delle celebrazioni in chiesa, naturalmente rispettando tutte le norme dettate dallo stesso governo. L’intervento del Presidente del Consiglio, domenica sera in TV, con il quale illustrava le nuove norme, ha lasciato tutto il mondo cattolico a bocca aperta, non avendo ascoltato nessun riferimento alla possibilità delle Celebrazioni di S. Messe, se non un veloce cenno alla celebrazione dei funerali, per altro con una espressione del Presidente Conte liturgicamente incomprensibile. Probabilmente ha lasciato a bocca aperta la stessa Presidenza dei Vescovi italiani, tanto che dopo pochi minuti è stato diramato un comunicato da parte della CEI, nel quale i Vescovi italiani ribadiscono la libertà di culto, che si esprime essenzialmente nella vita sacramentale.

Le reazioni alla posizione del Governo italiano sono state molteplici ed immediate, accompagnate da una fattiva disponibilità a condividere con lo stesso comitato scientifico le modalità igienico-sanitarie cui attenersi per poter celebrare in chiesa a porte aperte. Reazioni non solo da parte dei vescovi o dei preti, ma soprattutto degli stessi fedeli, che sentono la mancanza dei momenti liturgici come concreto incontro con il Signore e tutta la comunità. C’è ancora molto amaro in bocca, tra i fedeli, essere stati “costretti” a vivere le celebrazioni pasquali, le più importanti dell’anno liturgico, a “porte chiuse”. La stessa comunità islamica in Italia, per bocca dell’Imam Yahia Pallavicini, Presidente della Comunità religiosa Islamica Italiana, si dice d’accordo con la CEI, denunciando da parte del Governo una insensibilità nei confronti di tutti i credenti, di qualsiasi fede, e auspicando anche per la comunità islamica un incontro con la Presidenza del Consiglio. A questo punto, considerati anche i tempi di stampa del nostro giornale, è proprio in caso di dire… “vedremo nelle prossime puntate”!

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