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martedì, Settembre 29, 2020
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    Presepe: luogo d’incontro concreto e semplice

    La forza del presepe è racchiusa nella sua semplicità e nella sua concretezza. Non hanno dubbi John e Ringo, frati cappuccini del convento di corso Genova ed eredi della tradizione inaugurata da San Francesco, secondo il primo

    «il presepe è ancora qui, dopo 800 anni, perché la sua concretezza ci richiama all’incanto della semplicità»

    in quanto «la gente cerca gli uomini semplici. La grandezza del presepe sta nell’essere un richiamo concreto al Vangelo, il Papa nella sua lettera fa scorrere i personaggi e i luoghi che lo animano e che rimandano alla vita quotidiana, soprattutto i pastori, che sono gli ultimi e coloro che dovremmo accogliere. San Francesco è stato l’uomo più semplice dopo Gesù, talmente semplice da rompere la barriera tra uomo e natura, parlando ad animali, piante e perfino sassi, un elemento che si ritrova anche nel presepe, in cui l’intero Creato partecipa al mistero della natività». «Anche in passato – commenta frate Ringo – volevano eliminarlo dai luoghi pubblici, ma resiste perché è una lezione tanto per i grandi quanto per i piccoli, nella sua semplicità ha la forza di attrarre i bambini e gli adulti».

    Statuine Nella lettera apostolica “Admirabile signum” il Santo Padre scrive che «non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta è che esso parli alla nostra vita». Una riflessione che fa sua anche don Moreno Locatelli, parroco della chiesa di San Carlo dei Piccolini: «E’ una tradizione bella, non in senso folkloristico, ma per il messaggio che manda. Quei personaggi che circondano il bambino, in cui tutti noi dovremmo immedesimarci, sono il segno di quello che dobbiamo fare nella nostra esistenza: Dio ci chiede di essere amato.

    «per me il presepe della “tradizione” rappresenta proprio questo, il farsi attorno, insieme, a questo bambino che ci chiede di essere amato»

    Lo stesso testo del pontefice dedica un’attenzione particolare ai personaggi che popolano la raffigurazione. «Rappresentano – affermano i due cappuccini – la vita quotidiana di oggi, il lavoro di ogni giorno e l’offerta dei propri prodotti migliori». Tra questi «immancabile è la pecora, immagine del sacrificio da parte dell’Agnello pasquale». Una statuina colpisce invece per la sua assenza, su cui si basa l’intera scenografia, proiettata verso una mangiatoia vuota e che sarà riempita solo il 25 dicembre; si tratta di quella di Gesù. «Anche una mamma aspetta nove mesi l’arrivo di un figlio», riflette frate Ringo, «questa mancanza», aggiunge padre John «ha il valore dell’attesa, perché in quella grotta arriverà colui che è la via per portarci in Paradiso».

    Tradizione L’esperienza del presepe passa dai genitori ai figli e dai nonni ai nipoti e, dichiarano i francescani,

    «è bellissimo vedere tante generazioni riunite di fronte al presepe, tutte incantate allo stesso modo»

    Un incantesimo che si tramanda e che è sempre un ritorno all’infanzia: «Ogni anno – spiega padre Ringo – è come tornare a quando si era bimbi, di fronte a questo spettacolo genuino il mondo si commuove ancora» e, come ricorda frate John, «nella nostra famiglia è sempre stata una presenza costante, già allora per noi era un “segno mirabile”, come scrive papa Francesco. Ciò che dovrebbero fare i fedeli è portare via un messaggio concreto. Quest’anno il presepe del Gifra avrà come tema principale l’acqua e si richiamerà all’affresco principale della chiesa, incorniciato dalla frase “Avrete l’acqua dalle fonti del Salvatore” e con le pecore che si abbeverano a un ruscello che sgorga dalla Croce».

    Punto d’incontro Ma il presepe non è protagonista solo delle chiese, perché occupa anche strade, scuole, ospedali, diventando un vero e proprio “luogo pubblico”. A Mede il presepe di Giovanni Bordone, al numero 70 di via Silvio Pellico, da più di 20 anni è un’istituzione che dall’8 dicembre al 6 gennaio attrae l’intera cittadinanza, rapita nella contemplazione delle scenografie popolate di statuine che si snodano su tre pareti del salotto, facendo tornare alla magia dell’infanzia. «Ho iniziato da ragazzo, a Castelnuovo Scrivia – racconta il pensionato – e quando mi sono trasferito a Mede mi sono portato dietro quelli che mia madre chiamava “i barlafuss”. Lo faccio soprattutto per i bambini, che quando vengono a visitare il presepe si portano via qualche caramella». Lo spettacolo è davvero da lasciare senza fiato: la capanna illuminata dalla stella cometa;

    lo scorrere musicale dell’acqua nei ruscelli, con tanto di mulino; accampamenti di nomadi con bracieri accesi che spandono profumo di mandarino; un giardino d’inverno

    imbiancato da fiocchi di neve che scendono magicamente dal cielo, e tre serie di luci bianche, blu e rosse che passano dal giorno alla notte e al mattino, mentre un piccolo altoparlante nascosto dalle frasche diffonde armonie natalizie, il tutto arricchito sempre da qualche particolare nuovo. «Ogni anno, verso ottobre – dice Bordone – sposto i mobili di casa da una stanza e preparo il presepe. Per me è come tornare bambino, mi immerge nell’atmosfera del Santo Natale». A Gambolò i maestri Andrea Cosenza e Lucia Capezza lo hanno realizzato in un sottoscala del comprensivo Robecchi: «Una bidella testimone di Geova – annotano – è rimasta incantata nel vedere cosa abbiamo realizzato e ci ha fatto i complimenti, il presepio è stato realizzato dai bambini di quarta e di quinta, le statue sono state fatte dagli studenti di qualche anno fa ed erano nel sottoscala a prendere polvere». A Vigevano un presepe particolare si trova presso l’ospedale civile, allestito dal cappellano don Osvaldo Andreoli. «Si troverà nella parte sinistra della cappellina dal 16 dicembre, quest’anno ho deciso di allestire una grande capanna che verrà posta su un piedistallo, a scendere tutto il resto, vale a dire i personaggi della notte Santa. Il presepe nella cappellina del nosocomio cittadino è sempre molto atteso, sono tanti coloro che passano per un momento di riflessione, di meditazione, e la festa più attesa dell’anno accosta anche i più “freddi” al calore della preghiera». E non è il solo ad animare il luogo di cura: «Anche l’ufficio tecnico ne ha realizzato uno e nel reparto di oculistica è già realtà, così come in traumatologia, chirurgia, medicina. Si parla tanto di relativismo, ma, quando ci si trova in difficoltà e io vedo molte persone che lo sono, ci si rivolge a Gesù».

    Giuseppe Del Signore (hanno collaborato Af, Ig, Dz)

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