Qui alla Sforzesca quasi tutto appartiene al conte Marcello Castelbarco Albani Visconti Gropallo: alberi, campi, case. Perfino la chiesa di Sant’Antonio abate, il cui parroco viene nominato sì dal Vescovo, ma dietro presentazione della famiglia nobiliare, che propone un nome.
PRESENZA STORICA E da quasi 40 anni, cioè dal 1986, il nome è quello di monsignor Giorgio Piccolini, che nel 2026 celebrerà l’importante anniversario, aggiungendolo a un’altra storica ricorrenza, festeggiata nel 2023: il 40° della nomina a cerimoniere della Cattedrale di Vigevano. Un incarico che il sacerdote ha svolto con puntiglio e professionalità, diventando un punto di riferimento per i confratelli di tutta la Diocesi che gli chiedono consigli sull’abbigliamento, le letture, i movimenti corretti da eseguire durante le celebrazioni. «Persino dal santuario della Bozzola — racconta uno dei suoi parrocchiani — anni fa il Rettore gli ha chiesto come dovessero essere indossati dei paramenti intarsiati con un fiore che doveva incasellarsi in una campana. E lui ha risposto senza esitazioni». Una conoscenza, quella del cerimoniale liturgico, che il sacerdote ha coltivato fin da quando era segretario del vescovo Mario Rossi, dal 1971 al 1988. La nomina a monsignore invece è arrivata più tardi, nel ’99, col vescovo Giovanni Locatelli. Una carica che gli si addice: alto, di corporatura robusta, a dispetto del nome monsignor Piccolini mette soggezione.

CHIESA IMPONENTE Un po’ come la sua chiesa, sobria ma imponente, dove spicca un busto di quel papa Clemente XI (Giovanni Francesco Albani) che è nientemeno che un antenato del conte Marcello. Una soggezione, quella per il parroco della Sforzesca, bilanciata da maniere gentili, misurate, che ben si adattano a un maestro di cerimonia. Ma come si vive alla Sforzesca? Come è riuscito monsignor Piccolini a conciliare gli sfarzi del Duomo, tra incenso e vesti porporate, con la semplicità della campagna, dove l’acqua scorre placida nei campi che si perdono a vista d’occhio fino all’orizzonte?
DI QUA E DI LÀ «Mi sono adattato — risponde lui col tono pacato che lo contraddistingue — e non ho mai chiesto niente. Di là c’era la solennità, qua facevo quello che potevo. Adesso che non sono più cerimoniere posso dedicarmi maggiormente alla parrocchia, alla chiesa, al catechismo. D’estate, con la bella stagione, leggo il breviario nel giardino, che è molto ampio e bello». La dottrina si insegna come una volta: il parroco dietro la cattedra, i ragazzi seduti ai banchi. «Sono solo tre quest’anno — spiega monsignor Piccolini — ma la chiesa la domenica è abbastanza piena, anche se molti fedeli vengono da fuori, dalla città. Credo che anche qui ci sia bisogno di ravvivare la frequenza alla pratica religiosa, come in tutta la Chiesa, che risente di una certa tiepidezza diffusa da tempo in Europa, di una scristianizzazione del vecchio mondo».
Vorrei invitare i miei parrocchiani a rimanere fedeli, a riscoprire i valori della fede, del Vangelo, a conoscere Gesù Cristo.
Un oratorio che anima il quartiere

Gianluigi Invernizzi a 74 anni è ancora una delle “colonne portanti” dell’oratorio di Sant’Antonio abate, che organizza eventi per la frazione della Sforzesca. «Prima c’era la festa del paese che radunava molte persone – racconta – poi sono mancati quelli più anziani, e adesso ai pranzi vengono poche persone».
Ma Gianluigi e gli altri volontari non mollano, anzi adesso stanno preparando il presepe e le luminarie natalizie della chiesa. Cosa li spinge a impegnarsi ogni giorno per tenere aperto l’oratorio (ora ìnserito nel circuito “Noi – Associazione oratori e circoli) dopo che anche il circolo Acli ha chiuso i battenti? «Ogni tanto avevo un po’ di sconforto, ma ricordo ancora alcune signore che un giorno mi hanno detto “Gianluigi non mollare! Grazie a te e agli altri volontari, ogni settimana abbiamo la possibilità di trascorrere una domenica diversa”. E poi c’è la fede nel Signore, che mi dà una grande spinta. In particolare sono molto devoto alla Madonna, che mi ha dato grande conforto quando mi hanno sottoposto a diversi interventi chirurgici.
Uno di questi è durato cinque ore, e alla fine non sentivo dolori, mentre molti alti nelle mie condizioni si lamentavano. Mi ero affidato alla Madonna della Bozzola e avevo detto: “Signore, fai tu”. Sono certo di essere stato ascoltato». Per Gianluigi Invernizzi enere aperto l’oratorio non è solo volontariato: è un modo per restare in piedi insieme agli altri, per non lasciare che un paese, un quartiere, un pezzo di mondo scompaia nel silenzio.
Davide Zardo


