Che la situazione della Chiesa sia critica lo abbiamo detto tutti, almeno qualche volta. Fedeli al personaggio di Zeno Cosini nel celebre romanzo di Italo Svevo, buona parte dei cattolici sembra avere, da un lato, una visione quasi malata della situazione ecclesiale, con una chirurgica capacità di individuarne i sintomi più preoccupanti; dall’altro, però, fatica a trovare la volontà di rialzarsi.
Quella malattia mi procurava il secondo dei miei mali: lo sforzo di liberarmene,
scriveva l’accanito fumatore nel suo reiterato tentativo di liberarsi dalla dipendenza. È, in fondo, una constatazione tanto impietosa quanto realistica: si piange ricordando i tempi perduti e, nello stesso tempo, si teme di osare nel pensare al futuro. Crisi della fede, calo delle vocazioni, scarsa incisività nel contesto sociale e politico: frutti dolorosi di un’evoluzione storica alla quale sembra non si sappia far fronte. Eppure le soluzioni ci sono. Sono lì, a portata di mano. Ma sembriamo incapaci di abbracciarle. Come i discepoli in cammino verso Emmaus, delusi e incapaci di riconoscere la presenza del Risorto accanto a loro, i cristiani di oggi sembrano in perenne attesa: qualcuno che tolga il velo dagli occhi, qualcuno che faccia vedere ciò che già c’è. I germi di una rinascita, infatti, sono già presenti. Occorre allora superare, indenni, quella che potremmo definire la “sindrome delle congiunzioni”, che da troppo tempo affligge il pensiero cattolico. Quando emergono fenomeni positivi — segni di una fede viva, capace di coinvolgere una larga parte del popolo di Dio — subito compare il “ma”, pronto a individuarne i limiti e ad attenuarne la portata di speranza. Le Giornate Mondiali della Gioventù ne sono un esempio: eventi forti, che però vengono subito ridimensionati come episodi sporadici, raramente seguiti da una pratica quotidiana. Quando invece si propongono letture e soluzioni, spesso si dimentica il “perché”. Accade in alcune programmazioni pastorali o percorsi formativi che insistono su aspetti importanti — affettività, impegno caritativo, responsabilità sociale — ma trascurano la ragione che li fonda, nella speranza che emerga in un secondo momento.
Ci si percepisce come vittime di un male sociale che, in fondo, non può essere risolto. È la strada opposta a quella suggerita dalla Scrittura. Basterebbe, invece, imparare a essere grati. Basterebbe educarsi a uno sguardo capace di riconoscere i segni positivi già presenti nella storia. E, con quel procedimento tipicamente biblico del “fare memoria”, riconoscerne l’autore: lo Spirito, che opera sempre in modo misterioso ma reale. Accompagnare questa azione dello Spirito significa tornare all’essenziale: Cristo, radice di ogni scelta di fede e fondamento di ogni risposta vocazionale. Ce lo dicono i giovani stessi: orientano la propria vita e diventano capaci di scelte definitive solo quando incontrano una radicalità evangelica vissuta con serietà. Questo contraddice le proposte edulcorate del messaggio cristiano, che non hanno portato frutto e che, troppo spesso, continuiamo a difendere per paura di un coraggioso mea culpa. Se non vogliamo fare la fine di Zeno, conviene davvero provare a percorrere questa strada. Non abbiamo nulla da perdere. Forse solo qualche congiunzione. E, probabilmente, è proprio ciò di cui abbiamo bisogno.
don Carlo Cattaneo


