Osservatorio 10-10 / Nel ventre del silenzio

C’è un racconto nella Scrittura che parla di una fuga. Un’evasione che nasce da una promessa di salvezza rivolta a un popolo ingrato, nemico, che proprio non la meritava. Protagonista è un uomo, Giona, chiamato dal Signore a predicare penitenza e conversione alla città di Ninive, colpevole di violenze e ingiustizie che avevano ferito quella stessa terra di Israele da cui egli proveniva.

La sua è una lotta contro Dio, uno sdegno verso una misericordia giudicata “eccessiva” nei confronti dei colpevoli, un rifiuto di farsi ambasciatore di salvezza per chi, a suo giudizio, non la meritava. La sua ribellione improbabile finisce in un naufragio: abbandonato alle acque del mare, viene inghiottito da un grande pesce che lo tiene prigioniero per tre giorni, prima di restituirlo alla spiaggia e alla missione che aveva cercato di evitare. Il racconto prosegue tra resistenze e rimostranze nei confronti dell’Altissimo, fino a concludersi con una domanda aperta su quanto Giona abbia davvero compreso e accettato il compito affidatogli. Tuttavia, quel tempo di prigionia lo trasforma:

nel buio e nel silenzio egli impara la preghiera, scopre il proprio posto nel mondo e prende coscienza della totale dipendenza da Dio, da cui proviene la vita.

Da quel silenzio forzato, da quell’isolamento, nasce un senso nuovo della missione: matura la consapevolezza di ciò che davvero la sostiene e la motiva. È una provocazione preziosa che attraversa i secoli e raggiunge anche noi, oggi, chiamati in contesti diversi a esercitare la profezia. Una lezione troppo spesso disattesa, sostituita da un incessante flusso di parole: omelie roboanti, anche da pulpiti prestigiosi, e manifestazioni scomposte dove la verità e la giustizia si confondono con la violenza — verbale o fisica — e con il chiasso di mille interessi che si mescolano in un disordine privo di logica e di pensiero. La profezia ha bisogno di silenzio per essere efficace; la verità necessita di riflessione per risuonare con forza; la libertà e la giustizia, per essere autentiche, devono tornare alla sorgente che le libera e le rende giuste.

Il cristiano non può offrire servizio migliore alla Chiesa e al mondo che riscoprendo il valore del silenzio come spazio e tempo in cui maturare una testimonianza più vera e incisiva. Quel “disarmare le parole” a cui il Papa continuamente richiama nasce da qui — e solo da qui. Diversamente, ogni protesta o esortazione non è che una goccia in più in un mare già colmo di tensioni, rancori, vendette, ripicche e interessi mascherati. Occorre entrare nel ventre del pesce per riscoprire il volto di Dio che genera la missione, rientrare in se stessi per trovare quella Parola che sola muove al Bene vero, per il quale vale la pena sacrificare tutto. Fuori da questo cammino resta solo retorica vuota e miopia colpevole. Come Chiesa siamo chiamati per primi a riscoprire questa via, per insegnarla con lo stile di chi è mandato nel mondo come luce e sale, che trovano chiarore e sapore solo in Colui che “parla con verità” e “senza fare differenza di persone.

don Carlo Cattaneo

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