Osservatorio 15-05 / Dalle stalle agli uffici

Qualche malalingua o qualche ben informato — alla critica storica l’arduo giudizio — attribuisce al cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino ai tempi del Concilio Vaticano II e ricordato per la sua radicalità evangelica e il coraggio di guardare avanti, una frase davvero inquietante: «Dobbiamo strappare il Rosario dalle mani delle vecchiette».

Così avrebbe sentenziato, secondo alcune fonti, nell’acceso clima degli anni Sessanta, con la speranza di rinnovare la coscienza credente del popolo cristiano emancipandolo da una devozione popolare ritenuta incapace di nutrire realmente la vita spirituale. Un passatempo, insomma, o poco più: questo “sgranare la corona”, ripetendo formule spesso poco comprese e ricevute come retaggio di una tradizione ormai sorpassata. Che l’autore fosse o meno l’eminente porporato, in realtà, importa relativamente. È però innegabile che lo spirito di rinnovamento maturato all’interno di quella primavera della Chiesa inaugurata da Giovanni XXIII abbia talvolta favorito letture pastorali che, nel desiderio di rinnovamento, guardavano con diffidenza alcune forme tradizionali della devozione popolare, a partire da quella mariana. Non è questa una lettura semplicistica o faziosa se si pensa che c’è voluta tutta la saggezza pastorale di Paolo VI, con la Marialis Cultus, per ovviare a un minimalismo mariano che rischiava non solo di cancellare secoli di cammino di fede — o quantomeno di metterli tra parentesi — ma di raffreddare il cuore stesso della fede cristiana, un cuore strettamente e indissolubilmente legato a Maria. Bisogna comunque dire che l’auspicio dell’anonimo autore è stato in parte soddisfatto. Davvero il Rosario è stato strappato dalle mani delle vecchiette, ma per passare a quelle delle nuove generazioni. Sì, perché la straordinaria sorpresa, soprattutto sotto il pontificato di Giovanni Paolo II,

è stata la riscoperta di questa antica preghiera da parte di tanti ragazzi e ragazze, apparentemente lontani da una pratica tanto tradizionale e, a tratti, perfino noiosa.

L’entusiasmo del Papa polacco per la figura della Vergine, il suo ripetere così tante volte l’invito a riscoprire un affidamento a Maria che passa attraverso i grani della corona hanno sottratto questa pratica al rischio di finire in cantina e l’hanno rimessa nelle mani del popolo di Dio. Complice forse l’azione di alcuni movimenti o di alcune esperienze spirituali, sebbene inizialmente non riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, questa nuova scoperta di una devozione antica l’ha addirittura purificata e riportata alla sua origine fondamentale: essere uno strumento semplice per meditare il Vangelo. Sì, proprio la scoperta della Parola di Dio come centro della preghiera del Rosario è la grande novità dei tempi moderni, una novità in realtà inconsciamente nota anche alle nostre nonne, ma oggi diventata consapevole. Sebbene non si possa dire che sia diventato una “moda”, è certo che, contro ogni previsione, il Rosario abbia ritrovato un posto come stile di preghiera per la quotidianità.

Proprio Giovanni Paolo II aveva suggerito di imparare a usarlo sui mezzi pubblici, nel tratto per andare al lavoro, in una riedizione moderna di quella preghiera del cammino che ne aveva segnato l’origine. Dalle mani delle vecchiette raccolte nelle stalle la corona è passata agli uffici, alle sale d’attesa, ai treni, ai tram e, nella sua versione digitale, anche ad altri luoghi dove la fantasia e l’esperienza dell’uomo possono arrivare. È una lezione importante e, al tempo stesso, una grande provocazione. Il nuovo, per essere vero, nasce sempre da una riscoperta di ciò che è stato e, quando non è mera invenzione degli uomini, è capace di adattarsi e di rinnovarsi in ogni tempo. Lo sentenziava Gamaliele durante il processo ai primi cristiani: se qualcosa viene da Dio, lasciamolo fare e sopravvivrà; altrimenti scomparirà nel nulla. Non c’è prova migliore dell’origine del Rosario che la sua persistenza attraverso tutte le epoche. Maggio, il mese della primavera e dell’attesa delle vacanze, può essere ancora una volta l’occasione per riscoprire questo tesoro e farlo entrare nella vita, sicuri che, pur segnato dalle rughe del tempo, non abbia perso nulla del suo valore e, per chi ci crede, della sua efficacia.

don Carlo Cattaneo

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