«Nella parabola, infatti, vediamo che, di fronte a quell’uomo ferito e abbandonato lungo la strada, quelli che passano hanno atteggiamenti diversi. Soltanto il buon samaritano se ne prende cura. Allora torna la domanda che interpella ciascuno in prima persona: “Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli?”».

La prima esortazione apostolica di papa Leone XIV si intitola “Dilexi te”, è dedicata all’amore verso i poveri, è stata «data» il giorno della festa di san Francesco ed è un testo-ponte tra l’attuale pontefice e il predecessore Francesco, che lo stava preparando «negli ultimi mesi della sua vita». Papa Prevost spiega che «avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del pontificato». Un gesto che più di altri segna il desiderio di continuità del pontefice, come del resto aveva fatto anche Francesco con la lettera enciclica “Lumen Fidei” che recuperava una precedente riflessione di Benedetto XVI. Non è questa la sede opportuna per un’analisi dell’Esortazione nella sua complessità – dai rimandi evangelici alla storia della Chiesa, a una prima lettura di queste dimensioni è dedicato un articolo che L’Araldo pubblica all’interno di questo numero a pagina 4 – ma è possibile cogliere alcuni primi spunti di un testo che esplicita di avere sia un’anima pastorale sia un’anima politica. Del resto il quarto capitolo è dedicato alla Dottrina Sociale della Chiesa, a partire dalla lettera enciclica “Rerum Novarum” con cui Leone XIII
affrontò la questione del lavoro, mettendo a nudo la situazione intollerabile di molti operai dell’industria, proponendo l’instaurazione di un ordine sociale giusto.
Erano i “nuovi poveri” della rivoluzione industriale, in continuità anche il magistero dei pontefici della seconda parte del XX secolo ha proseguito la riflessione sulla povertà; la “Dilexi te” assegna a Benedetto XVI una lettura che «si fa più marcatamente politica». Nella lettera enciclica “Caritas in veritate” papa Ratzinger scrive che «la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilità politica nazionale e internazionale». Queste parole riecheggiano nella lettera enciclica “Fratelli Tutti” di Francesco nella parte dedicata al buon samaritano, che prosegue così:
Siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate.

Leone XIV riceve questa eredità e la fa sua, «ti ho amato» (Ap 3, 9) perché «pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome» (Ap 3, 8) e non lo hai fatto «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Nel primo capitolo si riflette su chi sono i poveri, «questi miei fratelli», dal lebbroso di Francesco d’Assisi (che nel mondo medievale non era solo un malato, ma un peccatore e un escluso sociale, mentre Francesco vince la repulsione e lo riconosce come fratello, non lo rinnega), passando per «chi non ha mezzi di sostentamento materiale», «chi è emarginato socialmente», «la povertà morale e spirituale […] culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale», «la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà». Il testo non teme di indicare con chiarezza chi sono questi poveri, sia evocando l’immagine del piccolo Alan Kurdi morto annegato dieci anni fa mentre cercava di attraversare il mar Mediterraneo, sia ricordando che non solo Dio sceglie i poveri, ma Gesù è per primo povero: nasce senza un posto, al Tempio i suoi genitori fanno l’offerta prescritta per i poveri, vive di un lavoro umile, spigola i campi per nutrirsi con i suoi discepoli, è un migrante, muore condannato alla pena prevista per i criminali.
Il tutto a dire che il cristianesimo è ontologicamente povero e che questa non è né una scelta né una dimensione teorica della vita cristiana: «Le parole forti e chiare del Vangelo dovrebbero essere vissute “senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze”». Perciò «è compito di tutti i membri del popolo di Dio far sentire […] una voce […] che si esponga anche a costo di sembrare degli “stupidi”» perché «la dignità di ogni persona umana dev’essere rispettata adesso, non domani». Oggi «la Chiesa di cui il mondo ha bisogno» è «una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare».
Giuseppe Del Signore


