Anno del Signore 1825. Sotto il pontificato di Leone XII due carbonari, accusati di cospirare contro la sicurezza dello Stato pontificio, vengono condannati a morte mentre la Roma papalina è attraversata da moti rivoluzionari istigati dalla satira pungente del misterioso Pasquino, che dissemina le proprie rime sovversive sulle statue della città eterna. Questa la trama di uno dei più bei quadri della storia risorgimentale offertici da Luigi Magni nel film “Nell’anno del Signore” del 1969. In una toccante scena tra il cardinale Rivarola ( impersonato da Ugo Tognazzi) e il frate cappellano delle carceri (l’indimenticabile Alberto Sordi) si discute della “sete di sangue“ del popolo, sempre desideroso di vedere esercitata la violenza per operare giustizia. Agli accorati appelli dell’ingenuo francescano, preoccupato di salvaguardare la conversione e la dignità dei condannati a morte, senza cedere alle pressioni violente della folla, lo scaltro porporato governatore della città sentenzia in modo lucido: «Poverini, bisogna capirli, a Roma non succede mai niente e allora anche un’esecuzione almeno è qualcosa di diverso, di divertente… Non solo al tempo di Nerone in tutti i tempi». Non so perché, ma leggendo i giornali e facendo scorrere i programmi televisivi di questi giorni, non riesco a togliermi dalla testa questa lapidaria affermazione dell’immaginario Cardinale.
Non siamo più a Roma, non c’è sentenza capitale e al posto del popolo c’è il pubblico (o l’opinione pubblica) ma la brama di esercitare una giustizia sommaria che cammina sul labile confine con la vendetta appare sempre più come un sollazzo appetibile del quale riempire la mente e la vita degli spettatori, forse per evadere da una quotidianità monotona e grigia. Il bisogno di prevenire i tempi della giustizia, di individuare un colpevole e tratteggiarlo come un mostro, di indagare morbosamente nella vita privata di che siamo abituati a guardare solo dalla finestra, sono gli ingredienti di questo moderno “spettacolo da circo“ dove al posto delle belve ci sono le domande e le insinuazioni pesanti di “opinionisti” e “esperti” e vittima quei malcapitati soggetti che, per colpa o assolutamente per fortuito caso, si trovano ad incappare in una storia di cronaca. Non importa il reato, non conta la sofferenza di chi ne viene coinvolto, l’importante è allestire uno spettacolo appetibile, capace di soddisfare l’audience. Di ricerca della verità non se ne parla proprio, non interessa in questo format. Perché cercare la verità richiede tempo, i cosiddetti “tempi della giustizia“, richiede lavoro paziente e approfondito, domanda di guardare in faccia le persone e salvaguardare quella dignità fondamentale alla quale anche il colpevole ha diritto e tutelare quelle situazioni ferite che riguardano la vittima e la sua cerchia familiare. Non c’è tempo per questi dettagli nel moderno “fast-food” mediatico dove tutto deve essere scoop, anteprima sensazionale, testimonianza esclusiva.
Le istituzioni giudiziarie sono fuori con i loro tempi e le loro procedure. Quel che conta è lo spettacolo dell’esecuzione.
«Tornate al vostro convento, il vostro compito è finito». Questa la conclusione del dialogo di cui parlavamo all’inizio, con la quale il frate viene liquidato senza poter “salvare l’anima” dei condannati. A 200 anni di distanza ci si dovrà arrendere alla stessa logica? Può essere e può funzionare fin quando un giorno, in uno sventurato e di ipotetico mese di un anno che deve venire, qualcuno con una telecamera o un blocco di appunti busserà alla porta di che adesso siede negli spalti a guardare soddisfatto e porrà la fatidica domanda “ ma lei conosceva…?” E allora, con nuovi attori e nuove belve, potrà ricominciare lo spettacolo sempre ricco di sorprese…sempre più nostro.
Dcc

