Il Racconto / Il principe dei mozziconi

Ogni mattina, alle prime luci dell’alba, quando Milano era ancora stropicciata nel sonno e i tram starnutivano sui binari, Tobia si trascinava verso l’angolo di una strada, lì dove il marciapiede si allargava in un piccolo slargo senza nome. Aveva gli occhi azzurri di chi un tempo guardava lontano, e la barba gialla di chi adesso annusa la vita tra i rifiuti. Non chiedeva elemosina, né parlava molto. Ma ogni mattina, fedele come il Duomo, trovava lì tre mozziconi di sigaro. Non cicche qualsiasi: toscanelli, quelli buoni, robusti, con ancora un bel po’ di tabacco. Li raccoglieva con cura, li metteva in fila sulla panchina, li osservava come reliquie, poi ne accendeva uno e lo fumava piano, come un principe in esilio. Nessuno sapeva chi li lasciasse.

Tobia pensava a un fantasma gentile, o forse a un angelo coi baffi e l’asma. Non importava. Era il suo rito. Il suo piccolo, sacro miracolo. Ma una mattina — una di quelle che sanno già di sfortuna — trovò una macchina parcheggiata proprio lì. Un Suv nero, lucido, arrogante. Occupava lo spazio esatto dove i suoi sigari lo aspettavano ogni giorno. Tobia si avvicinò, si chinò, cercò con lo sguardo. Niente. Nessuna cicca. Solo una chiazza d’olio e la puzza di nuovo. Aspettò fino a tardi. E quando il proprietario arrivò, in giacca e cravatta, col telefono incollato all’orecchio e gli occhiali da sole anche all’ombra, Tobia lo guardò fisso, senza parlare.

Il tipo gli fece un cenno distratto, come a scacciare una mosca. Salì in macchina e se ne andò.

La sera stessa Tobia tornò, portando con sé un coltellino arrugginito e la rabbia d’un re spodestato. Il giorno dopo, le gomme del Suv erano ridotte a brandelli. Il Suv non tornò mai più. Ma neanche i mozziconi. Per giorni Tobia continuò a passare, a scrutare, a sperare. Lo slargo era deserto. La panchina, sola. Il marciapiede, muto. Solo vento e silenzi. Alla fine capì. I toscanelli non piovevano dal cielo. Non c’era nessun angelo né fantasma. Era quell’uomo. Era lui che ogni mattina si fermava lì, fumava in piedi, forse ascoltando la radio o parlando da solo, e lasciava cadere le cicche come briciole di pane per i passerotti. Tobia aveva tagliato le gomme all’unico che, inconsapevole, gli regalava ogni giorno una boccata di dignità. Da allora, quando accende un mozzicone trovato altrove — più corto, più cattivo, meno toscanello —Tobia lo fuma fino all’ultimo, stringendolo tra le dita come una preghiera. E a volte, chiudendo gli occhi, gli sembra di sentire ancora quel sapore pieno, caldo, amaro e buono. Il sapore di ciò che è stato, e che non tornerà.

Davide Zardo

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