Il Racconto / Sala d’aspetto

Gli tremavano le mani. Troppi caffè, si disse appena se ne accorse, con quel tono indulgente che si riserva ai peccati minori. Le dita vibravano lievemente sulle ginocchia, come foglie incerte prima di un temporale lontano. Le fitte al cuore, però — quelle che l’avevano convinto finalmente a prendere appuntamento, a telefonare con voce esitante alla segretaria dello studio, a sedersi lì tra una vecchia rivista e una pianta di plastica impolverata — erano sparite. O almeno tacevano. E lui volle credere che il silenzio fosse un buon segno. La sala d’attesa odorava di disinfettante e tempo sospeso. C’era qualcosa di irreale in quel luogo: le sedie azzurre allineate come fedeli in una piccola chiesa laica, il brusio intermittente del neon, il ticchettio muto di un orologio senza secondi. Come se lì dentro il tempo non scorresse davvero, ma aspettasse anche lui il proprio turno.

Ogni tanto una porta si apriva. Una voce chiamava un nome. Un uomo si alzava lentamente, una donna stringeva la borsa al petto, qualcuno spariva dietro lo stipite come inghiottito da un segreto. Nessuno tornava subito. Eppure nessuno sembrava preoccuparsene. Il tremore aumentò. Non era paura, capì all’improvviso. La paura ha un peso, una stretta nello stomaco, un odore metallico. Quello invece era diverso. Una leggerezza sottile, quasi infantile. Come quando, da bambino, la notte di Natale restava sveglio nel letto fissando il soffitto, sapendo che dietro la porta del soggiorno lo attendeva qualcosa di meraviglioso.

Fu allora che notò la luce. Filtrava da sotto la porta dello studio del cardiologo. Non una luce violenta, né accecante. Era tiepida, dorata, paziente. Una luce viva, che sembrava respirare. E, cosa ancora più strana, sembrava sapere il suo nome.

Si guardò intorno. Le sedie erano improvvisamente lontane. I contorni delle cose si stavano sciogliendo come neve sotto il sole. Persino il rumore del neon era sparito. Restava soltanto quel chiarore che avanzava piano, senza fretta. Tentò di alzarsi, ma si rese conto di essere già in piedi. O forse no. Il corpo, improvvisamente, non era più una questione urgente. La porta si aprì del tutto. La luce invase la sala, cancellò l’orologio, la pianta finta, le riviste accatastate sul tavolino. Al loro posto rimase un silenzio vasto, buono, simile a quello che precede una carezza. L’infermiera sorrise. Aveva occhi antichi e una voce calma che non ammetteva repliche, ma nemmeno paura. E lui capì. Gli tremavano le mani solo per la felicità di essere finalmente arrivato.

Davide Zardo

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