L’Australia è un paese che spesso viene associato al surf, alle lunghe spiagge di sabbia finissima, al sole, alla natura. Difficilmente lo si collega ad atti di violenza. È comprensibile, dunque, che quanto accaduto a Bondi Beach poco prima di Natale ci abbia improvvisamente immersi in una realtà ben diversa da quella idealizzata.
Tutti ricordano le terribili immagini di due uomini, padre e figlio, intenti a crivellare a colpi di fucile chiunque si trovasse lì a festeggiare la Hanukkah, una ricorrenza ebraica che si celebra ogni anno a dicembre. È altrettanto impossibile dimenticare il gesto eroico di quel cittadino musulmano che riuscì a disarmare uno degli attentatori mentre questi continuava a sparare a ripetizione. Ma, oltre alla strage in sé, inquieta profondamente la reazione sociale scattata subito dopo, persino a migliaia di chilometri di distanza. Da noi, infatti, oltre a chi ha espresso sincere parole di cordoglio, sono emerse due posizioni preoccupanti. Da una parte, chi —soprattutto nel mondo istituzionale — ha preferito non commentare l’accaduto, volgendo lo sguardo altrove ed evitando qualsiasi gesto di solidarietà verso le persone che si erano riunite pacificamente per una celebrazione e che invece hanno trovato la morte. Dall’altra, chi —e in questo caso mi riferisco soprattutto ai commentatori sui social —
ha inondato la rete con sproloqui di matrice antisemita, non antisionista, è bene chiarirlo: vale a dire espressioni fondate sull’odio nei confronti degli ebrei in quanto tali.
Il discorso, puerile e dicotomico, arrivava a giustificare l’omicidio indiscriminato di persone ebree su una spiaggia australiana come risposta legittima alle morti a Gaza. Una logica aberrante: sarebbe come sostenere che, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, ogni musulmano avrebbe dovuto essere ucciso in qualsiasi parte del mondo come ritorsione per gli attacchi perpetrati da Al Qaeda. Oggi siamo purtroppo approdati a una deriva pericolosa: quella che porta a identificare tutti gli ebrei con i semiti, anche coloro che sostengono la soluzione dei “due popoli, due Stati”; tutti gli ebrei con i cittadini di Israele, anche quelli che non hanno mai messo piede in quel paese; tutti gli ebrei con Netanyahu e il suo governo, anche chi lo ha sempre contrastato apertamente. Una lettura semplicistica e distorta che rischia di trascinarci in una spirale ancora più violenta e intransigente, dalla quale diventa ogni giorno più difficile allontanarsi.
Matteo Re, docente dell’Università di Madrid


