Sempre più adolescenti cercano nell’intelligenza artificiale un interlocutore emotivo. È un fenomeno in crescita che racconta molto più della tecnologia in sé: parla di una generazione che vive un senso di solitudine costante, di adulti percepiti come giudicanti e poco disponibili all’ascolto, e di un sistema educativo che tenta di ricalibrarsi mentre l’IA entra nelle scuole con un impatto inevitabile.

LA RICERCA L’indagine condotta dall’Associazione Di.Te. e da Skuola.net su 927 ragazzi tra i 10 e i 20 anni delinea una situazione emotiva complessa. Quasi la metà degli intervistati (46%) ha parlato delle proprie emozioni con sistemi di IA generativa, e per una quota significativa l’abitudine è diventata frequente. La spinta verso ChatGPT e strumenti simili nasce da un bisogno fondamentale: sentirsi ascoltati davvero. Oltre il 70% dei ragazzi dichiara di non avere adulti in grado di accogliere senza giudicare; quasi due su tre vorrebbero ricevere più “carezze emotive”, attenzioni affettive che comunichino presenza, non controllo. E mentre quasi il 60% fatica a parlare apertamente delle proprie fragilità, il confronto sociale amplifica il malessere: il 68% sente che il giudizio degli altri modella la propria autostima e più della metà si confronta continuamente con le vite “perfette” viste sui social. In questo scenario, l’IA appare come uno spazio neutrale, paziente e privo di giudizio.
CHAT GPT PSICOLOGO? «No, la relazione di cura, riparatrice, l’empatia che si instaura tra psicologa e paziente non hanno nulla a che vedere con quello che può dare ChatGPT – dice la psicologa Jessica Facheris –; su internet, on line, viene a mancare tutta la componente umana, che permette alla relazione di cura di manifestarsi». Capita, fa sapere la pisicologa, di trovare pazienti arrivati in studio con la diagnosi trovata sul computer. «La consulenza virtuale – precisa Facheris – può essere fuorviante. ChatGPT è fruibile immediatamente, e questo può essere rassicurante nelle richieste più elementari e semplici, mentre non accade per le altre domande».
Comunque ChatGPT deve essere considerato come strumento per dare indicazioni di massima non per accompagnare il paziente nel percorso di risoluzione del proprio malessere.
INSEGNANTE, NUOVO RUOLO Il dibattito non riguarda soltanto la dimensione emotiva. L’IA è già entrata nelle scuole e costringe gli insegnanti a rinegoziare il proprio ruolo. La paura che sostituisca il docente è diffusa, ma spesso sterile: la sfida, oggi, è capire come integrarla in modo consapevole. Il Report GoStudent 2025 mostra che il 75% dei docenti europei non ha ricevuto alcuna formazione specifica sull’IA. Nonostante ciò, il 71% ritiene che il suo uso debba essere regolato ma non vietato. Parallelamente, più della metà dei genitori teme che l’apprendimento dipenda troppo dalle tecnologie generative. Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato, con il Decreto 166/2025, le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole, definendo requisiti etici e tecnici per un uso responsabile, antropocentrico e conforme all’AI Act europeo.

IA NELLE SCUOLE «L’importante – spiega Elda Frojo, dirigente all’Its Casale – è regolamentarne l’uso a scuola e informare dei pro dei contro i docenti, i ragazzi e le famiglie. Abbiamo abbozzato un regolamento e ne discuteremo nel prossimo collegio docenti. Non possiamo fermare il mondo, dobbiamo prendere atto dei cambiamenti, cercando di trarne dei benefici e limitarne i danni. È uno strumento che in mano a un minorenne diventa pericoloso. Resta il fatto che i ragazzi di fatto già la usano».
AUTONOMIA A RISCHIO «L’IA per la scuola rappresenta l’ennesimo problema – dice Isabella Tacchini docente di greco, latino e italiano al liceo Cairoli di Vigevano – perché rischia di far perdere autonomia ai ragazzi: occorre far capir loro che è utile utilizzarla per un ripasso ma che non può sostituirsi al loro pensiero, alla costruzione del loro discorso, a loro, insomma. È una risorsa ma occorre imparare a usarla, non a farci usare da lei. Detto questo, di fronte a questa ennesima sfida scuola e insegnanti si trovano impreparati a gestirla: proibirne l’uso è sbagliato, educare gli studenti a rapportarsi con essa è pedagogicamente giusto». Michele Damaschi, docente di scuola secondaria di primo grado con specializzazione sul sostegno, vede che «il crescente utilizzo del’IA da parte degli studenti, avviene purtroppo con poca responsabilità critica. La nostra sfida è guidare i ragazzi ad un uso consapevole, etico e formativo. L’IA – aggiunge Damaschi – può aiutare a una personalizzazione e a migliorare l’accessibilità, in quanto può riformulare concetti complessi, dando spiegazioni alternative, come un tutor sempre disponibile. Dal punto di vista “psicologico” credo invece che il suo utilizzo sia un errore. La disponibilità 24 ore su 24, l’abbattimento della barriera emotiva e la paura di esporsi, la rendono molto immediata. È però uno strumento privo di empatia e l’utilizzo potrebbe portare a una sorta di isolamento sociale ed emotivo, soprattutto in quell’età dove la costruzione di relazioni è fondamentale».
Isabella Giardini, Massimo Sala

