Lezione in classe con ChatGPT 

In Estonia l’intelligenza artificiale è già entrata in classe. Non come ospite ingombrante da tenere sotto controllo, ma come strumento quotidiano da imparare a usare. Il progetto AI Leap, avviato in collaborazione con OpenAI e raccontato da Wired, ha coinvolto 15mila studenti dopo la formazione di cinquemila insegnanti. Un esperimento su larga scala che punta a una trasformazione: ripensare la scuola.

IL CAMBIAMENTO La linea è chiara e viene esplicitata senza ambiguità dalla ministra dell’Istruzione Kristina Kallas: «Se non forniamo agli studenti le competenze per usare questi modelli in modo significativo, loro li useranno comunque». Non si tratta dunque di introdurre una tecnologia, ma di governare un cambiamento già in atto. Il punto più delicato è evitare che l’AI diventi una scorciatoia cognitiva. «La capacità di pensare può essere facilmente delegata al computer», avverte Kallas. È qui che il modello tradizionale mostra le sue crepe: riassunti e saggi, per decenni pilastri della didattica, rischiano di perdere senso. «È un compito ormai inutile perché l’AI farà il riassunto e scriverà il saggio». La risposta estone non è il divieto, ma una ridefinizione radicale dell’apprendimento: insegnare a pensare con la tecnologia, non al suo posto. Un approccio che si inserisce in una cultura digitale già avanzata e in una visione politica altrettanto netta: «Quello che si può fare è equipaggiare gli esseri umani per affrontare questa rivoluzione tecnologica». Resta però una fragilità strategica, ammessa senza reticenze: «Magari avessimo un’intelligenza artificiale europea. Non l’abbiamo». Il progetto sarà monitorato per tre anni, con l’obiettivo di misurarne l’impatto reale sugli apprendimenti. Se l’Estonia corre, l’Italia osserva, discute, talvolta frena. Ma nelle scuole il confronto è aperto. Si discute anche nelle scuole di Vigevano e i dirigenti di medie e supoeriori indicano la strada.

PARLANO I DIRIGENTI Per Anna Miracca, dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo di piazza Vittorio Veneto, il punto di partenza è la realtà: «È una realtà con cui si devono fare i conti, non si può ignorare». Nel primo ciclo, sottolinea, il fenomeno è «meno vasto, ma più insidioso» proprio per l’età degli studenti. La priorità diventa allora educativa:

Ciò che serve è formare il personale e sviluppare attività di informazione e riflessione con i ragazzi, perché capiscano che l’AI aiuta, ma non può sostituire il ragionamento.

Il nodo, aggiunge, è anche culturale e familiare: «I ragazzi vanno formati sui rischi e qui ci vuole la collaborazione attiva delle famiglie». Pietro Chierichetti dirigente all’Iic di via Botto dice: «Abbiamo approvato da un paio di settimane un apposito regolamento sull’uso dell’intelligenza artificiale. Credo che sia uno strumento potente, nel bene come nel male, quindi va certamente usato ma all’interno di un sistema regolatorio. Non ha senso demonizzare ma va compreso e come istituzioni scolastiche dobbiamo insegnare a usarlo responsabilmente».

RESPONSABILITÀ Sulla stessa linea, ma con uno sguardo più sistemico, è Massimo Camola, dirigente dell’Istituto comprensivo di via Valletta Fogliano. La sua analisi mette a fuoco una contraddizione tipicamente italiana: «Si è alzata l’attenzione soprattutto sui rischi e sull’uso improprio». Ma il divieto, avverte, non basta: «Un semplice divieto, senza educazione, produce solo “clandestinità digitale”». Per Camola la vera sfida è trasformare il controllo in responsabilità: «L’efficacia della scuola si misura sulla capacità di passare dal controllo all’autoregolazione». Questo implica anche un cambiamento normativo: «Non va scritto solo cosa è vietato, ma quando e perché l’AI diventa strumento di apprendimento autorizzato». E soprattutto serve una regia condivisa: «Non si può fare a meno di nuovi patti di corresponsabilità con le famiglie». Il rischio, altrimenti, è lasciare i ragazzi soli davanti a strumenti potenti. La sintesi è netta: «Il nostro compito non è proteggere i ragazzi dal futuro chiudendo le porte, ma dare loro la bussola per non perdersi».

PROGETTI DEDICATI Una “terza via” tra entusiasmo e proibizionismo è quella descritta da Elda Frojo dell’ITS Casale. «In Estonia è già realtà: l’intelligenza artificiale è uno strumento didattico di base. In Italia il dibattito oscilla tra entusiasmo acritico e timore». La risposta del suo istituto è la consapevolezza:

Vietare strumenti che i ragazzi già usano nelle loro camerette sarebbe come aver vietato le calcolatrici o Wikipedia: un tentativo vano di fermare il mare con le mani.

L’AI, spiega Frojo, va trasformata da scorciatoia a leva cognitiva: «La vera sfida educativa non è impedire l’uso, ma abitare questa tecnologia insieme agli studenti». Le opportunità sono evidenti — personalizzazione dell’apprendimento, supporto agli studenti con difficoltà, stimolo alla creatività — ma non mancano i rischi: «La pigrizia cognitiva, le “allucinazioni” dell’algoritmo e il tema della privacy». E qui entra in gioco una nuova educazione civica: «Se il servizio è gratis, il prodotto sono i dati». Non solo ChatGPT, inoltre: «Il panorama è vasto. Conoscere le differenze tra i modelli significa rendere gli studenti padroni dello strumento e non schiavi dell’algoritmo». Al Casale, racconta, si è già passati all’azione con regolamenti e progetti dedicati. Ma il punto resta uno: «La scuola non può vincere questa sfida da sola». Il rischio più grande è «la solitudine digitale», con ragazzi lasciati senza guida. Da qui l’esigenza di un’alleanza educativa: «Portare l’AI fuori dalle zone d’ombra del pomeriggio e farne un tema di confronto anche in famiglia».

Isabella Giardini, Massimo Sala

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