Andare a scuola in carcere è un’occasione di crescita sia per gli studenti-detenuti sia per i docenti. Cosa significhi essere insegnante e fare scuola all’interno di una casa di reclusione lo racconta Lorenzo Gaspero, dal 2006 docente di lettere all’istituto tecnico Casale di Vigevano, che ha una sezione carceraria presso la casa di reclusione di Vigevano, quest’anno strutturata in due classi, una terza e una quinta, oltre a un gruppo-classe, gestito da volontari, che consente ai detenuti di prepararsi all’esame di idoneità alla classe terza.
INSEGNARE «Da 18 anni parto da Castello D’Agogna per svolgere questo incarico, è da quando mi sono laureato in lettere nel 2000 che mi chiedevo cosa significasse fare scuola all’interno di una realtà carceraria. E’ un’opportunità importante per i detenuti, che frequentano le lezioni proprio con l’obiettivo di mettersi in gioco, di arricchire il proprio bagaglio culturale. Insegno Italiano, a volte propongo loro di scrivere delle riflessioni su temi di attualità». Le lezioni favoriscono interscambi culturali tra ristretti provenienti da varie parti del mondo: «Alcuni di madrelingua araba sentono molto quello che sta accadendo tra Israele e Palestina, abbiamo anche un ragazzo cinese e uno del Gambia che raccontano la cultura dei loro Paesi. La maggior parte di coloro che arrivano fino alla quinta riescono a conseguire il diploma. Mi è capitato sia a Vigevano sia a Mortara di incontrare qualcuno che, dopo aver scontato la propria pena e essersi diplomato è riuscito a trovare lavoro e cambiare vita». In particolare
ricordo un uomo che, a distanza di anni, si trovò a passare da Vigevano per lavoro e si fermò ad aspettarci nel parcheggio per salutarci, felice.
OSTACOLI Nonostante queste soddisfazioni, non sono mancate e non mancano le difficoltà, che portano anche a riflettere sul proprio percorso: «I momenti di sconforto tra noi insegnanti possono capitare, a volte mi domando in cosa consista la mia missione. Ecco, vedere che con diversi detenuti si riesce a instaurare un rapporto che va oltre a quello tra studente e insegnante, mi fa capire che sto svolgendo al meglio la mia professione». Questo ricordando che il compito dell’insegnante non è quello del “confidente” e che evitare di mostrare curiosità per le storie degli studenti è uno dei primi consigli che si riceve quando si inizia a insegnare in una casa di reclusione. Ci sono poi anche criticità di ordine pratico, «attività che al momento non si possono più svolgere, nonostante ricoprissero grande importanza a livello educativo. Tra queste le partite di calcio con le scuole, ferme a causa dell’impraticabilità del campo e della palestra, che presenta servizi igienici non adeguati». In 18 anni il mondo è cambiato, così come i rapporti che intercorrono tra docenti e reclusi, detenuti e agenti penitenziari e tra questi ultimi e i docenti.
Si percepisce una nuova mentalità da parte degli agenti, di maggiore apertura nei confronti di noi insegnanti. E come docente mi sono accorto col trascorrere degli anni quanto fosse importante per i detenuti interfacciarsi con qualcuno che non facesse strettamente parte della realtà carceraria.
COSA PIACE Tra gli autori che Gaspero presenta ai detenuti durante le lezioni compare anche Dante Alighieri, «di fatto il più apprezzato, soprattutto quando spiego l’Inferno e la sua suddivisione. E’ un argomento che li affascina notevolmente, forse a causa delle riflessioni che Dante fa sulle colpe, sui peccati. Anche i poeti maledetti interessano notevolmente, sempre in virtù dei temi che trattavano». Al contrario di Dante però il docente non è lì per giudicare le persone sulla base di quello che le ha portate a perdere la libertà: «Non ho mai fatto domande personali agli studenti di mia iniziativa, ho sempre nel caso lasciato che fossero loro i primi a parlare e raccontare qualcosa su di loro. Certo come docenti dobbiamo mantenere la giusta dose di autorità se vogliamo farci rispettare. Un ragazzo di 30 anni non italiano ha svolto tutto il proprio percorso scolastico all’interno del carcere. Uno dei tanti casi che mi ha dato modo di capire che qualcosa di buono, nel corso della mia carriera di insegnante, effettivamente l’ho fatta».
Edoardo Varese


