Report “Disabilità e povertà”: «Bisogna abbattere i muri che isolano»

Disabilità e povertà unite in un intreccio di privazioni e poche opportunità. Un legame che stringe nella propria morsa milioni di famiglie italiane, costrette a districarsi tra irrinunciabili spese sociosanitarie, limitate occasioni lavorative e bassi redditi. Questo, in sintesi, il tema affrontato dalla ricerca “Disabilità e povertà nelle famiglie italiane”, report realizzato da “Cbm Italia” (acronimo di Christian Blind Mission) in collaborazione con la fondazione Zancan di Padova e presentato lo scorso 24 maggio all’Università Cattolica di Milano.

LO STUDIO A essere coinvolte nei sondaggi, condotti a livello nazionale, circa 287 persone, di cui 272 con disabilità, di età compresa tra i 14 e i 55 anni, tutte con disagio socio-economico familiare. Scopo dello studio? Dimostrare come le famiglie con membri portatori di disabilità siano più di frequente esposte a rischi economici, sociali e sanitari, con una difficoltà maggiore nell’accedere ai servizi.

PENALIZZAZIONE Il quadro che emerge è abbastanza critico. Ammonta al 16% la quota di persone con disabilità che non ricevono nessun tipo di aiuti da parte degli enti pubblici. Una serie di aiuti che riguardano non solo la sfera economica, ma anche quella domiciliare, lavorativa, sociosanitaria, educativa e di mobilità. Si tratta quindi di una povertà su più fronti, cosicché le persone con disabilità, così come le loro famiglie, sono spesso costrette a vivere in abitazioni non adeguate, fronteggiando alti tassi di disoccupazione, senza sbocchi occupazionali e con un accesso limitato alle opportunità scolastiche ed educative per quanto riguarda i più piccoli. Un contesto che determina un vero e proprio senso di abbandono da parte delle istituzioni per molti cittadini, anche perché il carico della persona con disabilità grava prevalentemente sulla famiglia. Seppur in secondo piano, nello studio emerge come anche i caregiver siano penalizzati dalla mancanza di politiche a sostegno della conciliazione dei tempi lavorativi e di cura della persona. Carenza che non fa che aggravare la situazione di deprivazione e abbandono percepita.

COME AGIRE? “Abbattere i muri che isolano” è quindi uno dei primi passi da intraprendere per rendere dignitosa la vita della persona con disabilità in maggiore difficoltà. Sempre all’interno del report, si legge come «le persone intervistate non chiedano solo aiuti economici, ma servizi rivolti sia alle esigenze della persona, sia alle necessità dei familiari. Servizi capaci di promuovere l’umanizzazione degli interventi, superando la standardizzazione delle risposte».  Seguendo questa logica, di estrema importanza è l’inclusione sociale, attraverso politiche e interventi che riducano innanzitutto quelle che sono le barriere fisiche, sociali e culturali. Un primo step il cui scopo è quello di «mettere al centro la persona, non considerandone solo i bisogni sanitari, ma anche quelli emotivi, sociali e relazionali». Riconoscendo quindi il valore umano, «promuovendo percorsi formativi e lavorativi inclusivi, così come la creazione di reti di supporto», si può contribuire a combattere la povertà, offrendo strumenti per l’autonomia economica e sociale. Ragionamento, quest’ultimo, valido anche per quei caregivers, “vittime di svantaggio occupazionale”, per cui è impossibile conciliare i tempi del lavoro con quelli dell’accudimento.

Rossana Zorzato

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