Scuola, decoro come lezione di cittadinanza

Non solo programmi e valutazioni. L’ultima circolare inviata alle scuole dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, mette al centro un tema quotidiano ma decisivo: cura e decoro degli ambienti scolastici. Un richiamo che punta a trasformare la manutenzione ordinaria degli spazi in un esercizio concreto di educazione civica.

LE PAROLE DEL MINISTRO «La nota – esordisce il ministro – intende stimolare e valorizzare all’interno della comunità scolastica comportamenti responsabili da parte degli studenti finalizzati alla cura e al mantenimento del decoro degli ambienti». Valditara parte infatti da un riferimento preciso: «Le Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica segnalano l’importanza che fin dai primi anni della quotidiana vita scolastica degli alunni siano presenti occasioni concrete di esercizio della convivenza civile, attraverso l’abitudine alla cura e al corretto uso degli spazi scolastici, dei sussidi e delle attrezzature comuni, l’osservanza di comportamenti rispettosi delle persone e dei beni pubblici». Un principio che trova fondamento anche nello Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria, secondo cui «gli studenti condividono la responsabilità di rendere accogliente l’ambiente scolastico e averne cura come importante fattore di qualità della vita della scuola». L’obiettivo, chiarisce ancora il ministro, non si esaurisce nell’evitare atti vandalici o danneggiamenti, ma vuole anche «sensibilizzare gli alunni e gli studenti alla pulizia e al decoro degli ambienti scolastici e degli arredi e alla cura delle attrezzature». Tra le indicazioni, la circolare suggerisce l’introduzione di regole specifiche relative «alla sistemazione dell’aula, degli arredi e del materiale didattico personale o condiviso al termine delle lezioni, così come al riordino dei laboratori, degli attrezzi delle palestre e di ogni altro ambiente scolastico usato da più classi».

LA REAZIONE DELLE SCUOLE Nelle scuole il messaggio trova accoglienze convinte, ma anche qualche perplessità sulla sua applicazione concreta. Giovanna Montagna, dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo di viale Libertà, precisa: «Condivido pienamente il pensiero del ministro. Mi spendo personalmente ogni giorno per sensibilizzare e richiamare gli alunni al rispetto sia degli arredi sia degli ambienti scolastici, nonché delle pertinenze esterne». Montagna sottolinea anche il ruolo delle famiglie: «In caso di danno, la scuola chiede sempre alla famiglia dell’alunno di contribuire a riparare il danno, collaborando nello sviluppo del senso civico dello stesso». Per la dirigente, «il rispetto dei beni comuni è dovere civico. Il danno volontario, o lo spreco, si configura come gesto di inciviltà». E ricorda che «ogni componente scolastica – alunni, docenti e personale non docente – è tenuta a salvaguardare le condizioni funzionali e igieniche degli ambienti e la conservazione di arredi e attrezzature». Le strutture, insiste, «sono beni della comunità; eventuali danneggiamenti saranno risarciti dai responsabili, per evitare che la spesa sostenuta dalla collettività, per assicurare un luogo di apprendimento dignitoso, si risolva in uno spreco di denaro pubblico a causa di atteggiamenti irresponsabili». Più disincantata, pur nella condivisione di fondo, la posizione di Elda Frojo, dirigente dell’It Casale:

Su questo sono perfettamente d’accordo, anche se non siamo come i giapponesi.

Il riferimento è al modello nipponico, dove gli studenti, fin dalla primaria, provvedono alla pulizia delle aule. «Vorrei tanto che fosse così anche da noi», aggiunge e racconta di aver appena firmato una circolare interna: «I collaboratori scolastici spesso si lamentano delle condizioni in cui vengono lasciate le aule. L’altro giorno, in una classe, è stato rotto un pc». Nel regolamento d’istituto, precisa, è già scritto che «bisogna comportarsi in modo civile e lasciare le aule in uno stato decoroso» e che «chi rompe paga». Se non è possibile individuare il responsabile, ma si ha certezza che il danno sia avvenuto in una determinata classe, «si obbliga al pagamento in solido».Insomma, l’educazione civica parte dalle piccole cose, ma avverte: «Il problema è il controllo e non sempre i genitori ci appoggiano». Non manca qualche risposta spiazzante: «Quando richiamo una classe per il disordine, a volte mi sento dire che i collaboratori sono pagati apposta. Io ribadisco sempre che sono pagati per svolgere un lavoro, non per subire l’inciviltà altrui». Sull’efficacia della nota ministeriale, Frojo è prudente: «Non so quanto potrà incidere nella vita quotidiana della scuola».

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IL PARERE DEI PROF La professoressa Isabella Tacchini, docente di greco, latino e italiano al liceo Cairoli, è lapidaria. « Si tratta di una misura di buon senso, che deriva da un problema educativo a monte che, forse, nasce in famiglia», osserva la professoressa. Tacchini sottolinea però anche l’importanza del clima interno alla scuola: «Il personale Ata al liceo è molto collaborativo, severo nel giusto: non lasciano correre e non lo faccio neppure io. Se qualcuno fa cadere qualcosa e non raccoglie, lo riprendo e tutto si sistema in un attimo. Siamo un’isola felice». Un’attenzione concreta che si riflette anche nelle attività extracurricolari: «Anche al corso di teatro spesso spostiamo, modifichiamo; si cerca di creare un luogo coerente con ciò che stiamo facendo. Ma, terminato il tempo, si mette tutto a posto». Elisa Tessarin, docente di materie letterarie alla scuola media Robecchi, precisa: «L’educazione non può essere delegata solo alla scuola. Certo, la scuola è senza dubbio il luogo di insegnamento e di apprendimento per eccellenza, anche riguardo l’educazione. Perché di educazione si tratta. Ma non ritengo sia competenza soltanto degli istituti scolastici insegnare ai bambini e ai ragazzi il rispetto per i luoghi, gli oggetti e le altre persone». La docente si chiede: «Occorre inserire in un regolamento ciò che da sempre andrebbe insegnato in ogni casa? Trovo sia eccessivo, se non addirittura ridicolo, essere caduti così in basso». E racconta episodi concreti: «Troppe volte ho sentito alunni studenti rispondere al richiamo o alla richiesta di pulire con queste parole: “Ci sono i bidelli per pulire! Li pagano per questo!”. Ovviamente con aria di superiorità e sufficienza». E la prof ribadisce il punto: «Non compete ai collaboratori raccogliere fazzoletti sporchi, resti di cibo e quant’altro, quando in classe ci sono i vari contenitori per la raccolta differenziata. Non compete solo alla scuola insegnare che ogni persona ha una dignità e merita rispetto». E conclude:

Sarò polemica, ma credo che competa alle famiglie, che spesso hanno delegato ad altri l’educazione e il rispetto.

E DEGLI STUDENTI Dal fronte studentesco emergono posizioni articolate. «Siamo in 28 in aula, non sporcare minimamente è impossibile. Si cerca di evitarlo e, se si sporca, si rimedia, ma non è il nostro lavoro», afferma Filippo Leone, rappresentante d’istituto dell’It Luigi Casale. «Il buonsenso è fondamentale: non bisogna insozzare le aule e, ove possibile, si può dare una mano, ma la priorità resta lo studio, anche perché esiste personale dedicato alla pulizia». Sulla stessa linea, ma con un accento diverso, Tommaso Ruccione, rappresentante degli studenti per il liceo Cairoli: «La responsabilizzazione degli studenti è giusta. La pulizia più profonda spetta al personale Ata, ma è nostro dovere lasciare le aule nelle stesse condizioni in cui le troviamo all’inizio delle lezioni».

UNA SFIDA CULTURALE Al di là delle diverse sfumature, il messaggio è chiaro: la qualità della vita scolastica passa anche da un banco in ordine, da un laboratorio riordinato, da un computer trattato con cura. La circolare Valditara prova a trasformare un gesto ordinario – rimettere a posto una sedia, spegnere correttamente un pc, non sporcare un muro – in un atto educativo. Perché il decoro è anche un indicatore di cittadinanza attiva e di rispetto per la comunità.

Isabella Giardini, Gregorio Lozia

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